La maestra di Kabul

8/05/2014

L'autore racconta


  • Mi trovo a Malpensa con Nicola, il mio miglior amico… in aeroporto ad aspettare il volo per Nuova Delhi: finalmente un riconoscimento e un sostegno economico per la realizzazione di un progetto nel mio Afghanistan.

    La mia testa ritorna indietro alla mia prima volta in quel Paese, fatto da tante contraddizioni e pericoli, ma nello stesso tempo un territorio che mi ha dato tanto. A volte togliendomi qualcosa...

    I miei ricordi vanno a cinque anni prima a Kabul, al mio impiego alle Nazioni Unite, al maledetto giorno in cui c’è stato l’attentato, un giorno divenuto un incubo: le mie colleghe uccise nelle loro stanze in hotel e io ancora al lavoro, ignara del fatto che non

    le avrei riviste. Non sapevo che sarebbe stato difficile per me allontanarmi da quell’inferno, divenuto quasi un set di guerra. Ricordo le sirene, i colpi d’arma da fuoco davanti hai miei occhi, e io nascosta in ufficio vestita da autoctona e in attesa che qualcuno si ricordasse di me. Un soldato italiano che avevo conosciuto nei

    campi ONU mi diede una mano per aggiornarmi su quanto stava accadendo e su come

    muovermi. Senza notizie dall’Ambasciata, il mio secondo angelo custode fu il Console Indiano che si occupò del mio trasferimento in India, un altro Paese che ho nel cuore e che sento mio come la casa in cui ho vissuto da piccola. L’India mi accolse allora e mi accoglie di nuovo oggi per ritirare il tanto ambito Premio Rolex.

    E proprio questo premio mi riporterà a Kabul e in Afganistan, un Paese che è entrato dentro di me come una sirena che con il suo canto mi richiama, soprattutto in un momento storico in cui le truppe straniere si apprestano a lasciare il Paese al suo destino.

    Tutti mi hanno detto di non andare, di cambiare destinazione al progetto e realizzarlo in un altro Paese. Anche qui in Italia ci sarebbe bisogno di formazione, di sostegno ai ragazzi, lo so...

    Anche mia madre mi ripete di non andare, di rinunciare al Premio e cambiare il beneficiario del fondo. “Non mi dimentico l’angoscia dei tuoi trascorsi a Kabul, quando ci sentivamo al telefono e all’improvviso cadeva la linea, quando mi dicevi che tutto andava bene anche se la realtà era ben altra...” Mia madre ha ragione. Nicola, il mio migliore amico, pensando al passato e vedendo il presente mi consiglia di godermi il premio ma di non andare a Kabul. Eppure…

    Una sera andai a cena con Fausto Biloslavo che ha vissuto trent’anni in Afghanistan: per otto mesi è stato prigioniero, subendo anche un attentato personale. Lui mi dice di stare attenta ma ci capiamo: anche lui, nonostante tutto, è sempre tornato. È come una droga per noi, l’Afghanistan… non riusciamo a farne a meno, sapendo bene che siamo sicuramente più a rischio la che in qualsiasi altro luogo.



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