Sotto un cielo indifferente

11/10/2013

L'AUTORE RACCONTA



  • La baia sta trasformandosi in un fiume. Un fiume dal corso impetuoso.
    Calmati, ora mi abbandono alla corrente.
    Che mi 
    porti via, dovunque voglia.
    Io non sento più nessun rancore, un 
    po’ di tristezza, forse,
    e una grande nostalgia per i momenti felici 
    passati insieme.
    Tu e io.

    Quando ero ancora adolescente, nel 1976 se non erro, capitò che lo zio Garabèt, il primo cugino di mia madre, fosse venuto a trovarci ad Atene.  Lo zio arrivava da Yerevan, Armenia, dove abitava da quando la sua famiglia era stata rimpatriata con la carovana del ’47, lasciandosi dietro Patrasso e il resto dei parenti con tanto dolore. 

    Il severo regime sovietico non permetteva viaggi all’occidente; era, dunque, un fatto straordinario che Garabèt  fosse riuscito a procurarsi un visto per tornare nel suo paese natale e riabbracciarei suoi cari cugini che non vedeva da trent’anni.
    Il giorno in cui doveva arrivare mia madre era trepidante come non l’avevo mai vista prima.  Si era alzata prestissimo e aveva preparato un pranzo luculliano. 

    Poi, si era messa a chiacchierare dei vecchi tempi con i  suoi due fratelli che erano venuti da Patrasso per l’occasione.  Quando, però, era giunta l’ora di andare in aeroporto per prelevare Garabèt, lei aveva categoricamente rifiutato di farlo; aveva mandato il mio padre da solo.
    “Perché non vai in aeroporto?” mi ricordo di averle chiesto.
    “Perché sono sicura che crollerò appena rivedrò lo zio e quando succederà voglio essere a casa mia” mi aveva prontamente risposto.

    Sotto un cielo indifferente parla di due fratelli gemelli che il destino separa appena nati per, poi, farli ricongiungere miracolosamente dopo molti decenni.  A prima vista, la storia non ha  molto in comune con l’aneddoto appena raccontato.  Ma mentre scrivevo il romanzo, per uno strano e inspiegabile motivo, mi tornava sempre in mente quella scena, unica e irripetibile, in cui mia madre finalmente stringeva fra le braccia il suo adorato cugino e crollava,  proprio come aveva predetto, sulle scale di casa nostra.  

    Vasken Berberian


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