Intervista a Francesco Leto

11/05/2015

FRASSINELLI


  • Domanda: Il tuo romanzo inizia con una scomparsa, e la risposta l’avremo solo nelle ultime pagine, ma non è un giallo. Però è un testo molto giocato sull’assenza, sei d’accordo?

    Risposta: Sì, non a caso in esergo ho scelto le parole di Naomi Alderman, dal Vangelo dei Bugiardi, ‘tu non sai che significa sentire la sua mancanza’ … c’è struggimento nel sentire questa mancanza, a volte persino strazio. Ma i miei personaggi sono tutt’altro che avvinti da questo sentimento. Non sono per niente contemplativi, non si struggono nella nostalgia. Ho cercato di renderli in tutta la loro dignità di fronte al dolore. Che il dolore non diventasse dolorismo cioè e che, per conseguenza, la scrittura perdesse la sua forza viscerale e diventasse, come dire, verbosa… cioè superflua, retorica, insopportabile. Ho scritto col coltello tra i denti piuttosto che leccandomi le ferite. Chi se ne frega del mio dolore o di quello dei miei personaggi o del mondo intero. Volevo insomma, come diceva De Sanctis mi pare, risparmiarvi le mie lacrime e rendere invece le lacrime delle cose.

     

    Mia Martini, la sua storia, la sua voce: che ruolo hanno nel romanzo?

     

    Il mio è un romanzo corale. Questo per dire che ogni personaggio all’interno di esso ha la sua ragione di esistere. Nel caso di Mimì Bertè, per tutti poi diventata Mia Martini, devo dire che era da tempo che pensavo di scrivere qualcosa su di lei. Da bambino, durante i viaggi in macchina con mio padre, c’erano queste cassette. La sua voce era una voce familiare, insomma. Più tardi, quando ho conosciuto meglio la sua storia, l’ho amata definitivamente. Altro che portare sfiga … i veri sfigati sono quelli che non sopportano il talento degli altri, altrimenti perché mai avrebbero dovuto calunniare così Mia Martini, se non perché la sua voce era unica. Comunque all’interno del mio romanzo la vicenda di Mimì Bertè si inserisce tra le trame di una storia principale, quasi ne fosse la colonna sonora.

    Il mare è l’ordito di questa storia, fa da sottofondo, da elemento di raccordo tra i personaggi e le loro storie: cosa rappresenta per te e perché hai scelto di renderlo così centrale?

     

    A me non manca quasi niente della mia terra. Pochissime cose. Il mare è forse la più importante. Le mie radici stanno nel mare della Calabria, proprio lì dove le radici non possono attecchire. Pensa che in Calabria quando si vive un lutto importante la prima cosa ad essere bandita è proprio il mare, anche per anni, decenni. Vedi, torniamo comunque sempre al tema della mancanza… Io da bambino, quando vedevo le donne vestite di nero, magari vedove o che avevano perso un figlio, un fratello, le guardavo sempre con un senso di pietà. Ma una pietà sincera, mi dicevo ‘pensa quanto sono tristi se decidono addirittura di non andare al mare’.

     

    Maria, la protagonista, è una donna solida, concreta, con “gambe forti” come tutte le donne di Bagnara Calabra. E’ lei il pilastro della famiglia? E gli uomini?

     

    Maria è il centro di tutto, ma ogni personaggio femminile ha una sua propria forza in questo romanzo. Sì, sono proprio loro le protagoniste di questo romanzo, le mie femminote! Bagnara Calabra si è retta storicamente su un’economia quasi esclusivamente femminile. Erano le donne che con la corba sulla testa camminavano fino ai paesi vicini per barattare o vendere i loro prodotti. Gli uomini perciò diventano automaticamente mariti, figli, cioè hanno un senso in relazione a una donna.

    Il cielo resta quello è il tuo secondo romanzo e ha tratti molto differenti dal tuo esordio, Suicide Tuesday. È stata una scelta precisa o una naturale evoluzione del tuo lavoro?

     

    Credo che ogni libro che si scrive segni un periodo della propria vita. Io non volevo proprio scrivere. Mi hanno inventato, in questo senso. Cioè mi è stato detto ‘non sei male, ma perché non ci provi?’. Non ho mai avuto il sacro fuoco per niente. Persino le letture che ho fatto e continuo a fare hanno sempre il sapore della scoperta, sono curioso certo, ma non sono uno colto. Prima di addormentarmi devo leggere un paio di pagine, ma ho i miei tempi. A volte i libri li divoro, a volte li studio un po’, a volte mi annoiano.

    Comunque ogni scelta è sempre un’evoluzione del proprio pensiero o di un proprio convincimento. Io credo d’essere diventato più bravo. Certo non sarò mai una rivelazione, né per me né per gli altri, però se sarò capace di migliorare, di volta in volta, la forma che do alle parole, be’ per il quarto o quinto romanzo magari inizierò a pensare che in fondo non sono poi stato una cattiva invenzione …


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Francesco Leto

Francesco Leto

Francesco Leto, detto Caetanino, è nato il 5 aprile del 1983 a Cirò Marina (Crotone). Con il suo primo romanzo Suicide Tuesday(Perrone, 2013) è stato tra i dieci finalisti del Premio Sila '49 ed è stato candidato dall'editore al Premio Strega 2013.

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