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«La fantascienza affronta temi planetari»
26 maggio 2019

Le Monde: La fantascienza francese ha un debole per la distopia. Fin dagli anni Settanta esiste una corrente molto impegnata: il ruolo dello scrittore di fantascienza è anche politico?

Pierre Bordage: C’è anche una parte di divertimento nel racconto, alla quale tengo molto. Se devo suscitare delle riflessioni nel lettore, voglio che passino attraversano le avventure dei miei personaggi. Desidero che il lettore si senta trascinato dalla storia e portato a farsi delle domande in modo naturale. Non voglio imporre le mie idee. Per me, la fantascienza è una letteratura graffiante, deve divertire, far riflettere e sollevare questioni filosofiche. Nella space opera per esempio, proiettandosi nello spazio-tempo, si interroga la natura stessa dell’essere umano.

Le Monde: Che ruolo può avere la fantascienza nella narrativa concettuale?

Pierre Bordage: Secondo me, se le macchine prendono il nostro posto, è proprio perché non abbiamo ancora pienamente raggiunto il nostro status di umani. Intendo dire che la macchina viene a compensare certe lacune sulle quali sarebbe interessante riflettere. Credo che l’uomo non abbia mai veramente raggiunto lo status di uomo. E le macchine rischiano di sottrarcelo prima del tempo. Nei miei romanzi cerco di riabilitarci. Fin da bambino ho sempre teso alla spiritualità, una spiritualità libera dai sistemi di pensiero dogmatico delle religioni. In quella libertà fondamentale credo si compia davvero la nostra umanità.

Le Monde: La fantascienza è stata in anticipo di cinquant’anni, poi di trenta, poi di cinque… come si scrive oggi, quando l’evoluzione tecnologica è più veloce dell’immaginazione?

Pierre Bordage: Bisogna passare al fantasy (ride).

Le Monde: Le intuizioni distopiche della sci-fi hanno spesso la sfortunata tendenza ad avverarsi. Di fronte alle difficoltà del discorso politico a rinnovare i suoi concetti e a suscitare nuovi desideri, la fantascienza può avere un ruolo illuminante?

Pierre Bordage: Mancano persone capaci di invogliare ad andare fino in fondo alle cose, di rivoluzionare tutto per raggiungere uno scopo. Oggi, nessuno ha uno scopo.

Le Monde: Davanti a questa constatazione, non è finita l’epoca degli allarmi? Invece di continuare a produrre tanti racconti post-apocalittici e distopici, perché la fantascienza non esplora di più le vie del desiderio?

Pierre Bordage: È molto difficile raccontare l’utopia. Tutti i racconto mitologici partono da una constatazione negativa, mettono in scena la virtù della prova: questa logica di percorso iniziatico si ritrova nella sci-fi e nel fantasy. L’utopia invece non permette questo percorso. A meno che non si racconti l’evoluzione verso l’utopia. D’altro canto, la fine del mondo è descritta dappertutto, in tutti i testi antichi. È una parte integrante della nostra cultura. Questa tendenza alla distopia, piuttosto, pone la questione della responsabilità dell’autore: i nostri scritti preparano o denunciano gli eventi? In altri termini, poiché le parole hanno un grande potere, quando scriviamo prepariamo il lettore a certi scenari futuri? Può essere.

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