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Chi traduce è abituato ad ascoltare la voce del testo, per coglierne la cadenza, il ritmo, le sonorità, che poi cercherà di restituire nella propria lingua. Per questo potrà forse sembrare strano – o forse no – che l’aspetto di Toni Morrison a cui vorrei dedicare il mio ricordo sia la voce: la sua voce intendo, che per due volte ho avuto la fortuna di ascoltare anche dal vivo. Se la presenza fisica di Toni Morrison era imponente, maestosa – tanto da incutere quasi timore nell’avvicinarsi a questa signora della letteratura – la voce era diversa: dolce, leggermente roca, melodiosa, capace di incantare chiunque la ascoltasse.

Un grande regalo che questa autrice ha fatto ai suoi lettori, oltre che un segno dell’importanza che attribuiva alla qualità sonora dei suoi testi, è la scelta di leggere personalmente i suoi romanzi per la versione in audiolibro: ascoltandoli, possiamo ancora oggi ritrovare la sua presenza, come se li stesse leggendo dal vivo soltanto per noi.

Per chi volesse provare questo piacere, segnalo un testo particolare, il celebre e bellissimo discorso di accettazione del Premio Nobel, ascoltabile qui: https://www.youtube.com/watch?v=ticXzFEpN9o (La versione italiana è contenuta nel volume L’importanza di ogni parola.)

Ma la registrazione a cui sono più affezionata è quella di A Mercy, il primo romanzo di Toni Morrison che ho avuto l’onore di tradurre: ricordo ancora il senso di meraviglia che ho provato, ormai più di dieci anni fa, ascoltando le parole sulla pagina prendere vita nella sua interpretazione. (L’audiolibro è disponibile qui, per esempio, e si può ascoltare liberamente l’incipit: https://www.kobo.com/us/en/audiobook/a-mercy-5)

Ed ecco infine – per intrecciare la mia voce sulla pagina alla sua – l’inizio de Il dono, nella mia interpretazione:

Non avere paura. Il mio racconto non può farti del male malgrado quello che ho fatto e ti prometto di rimanere sdraiata buona buona al buio – magari a piangere o a vedere ancora il sangue ogni tanto – ma non distenderò più braccia e gambe per alzarmi scoprendo i denti. Mi spiego. Puoi pensare al mio racconto come a una confessione, se vuoi, ma piena di curiosità familiari solo nei sogni o quando il profilo di un cane gioca nel vapore dell’acqua che bolle. O quando una bambola di cartocci di mais su una mensola poco dopo è per terra nell’angolo di una stanza e la cattiveria che l’ha fatta finire lì è evidente. Dappertutto succedono cose anche più strane. Tu lo sai. Lo so che lo sai. Mi chiedo chi è responsabile? Mi chiedo anche sai leggere? Se una femmina di pavone non vuole covare, io leggo subito e, di sicuro, la notte vedo a minha mãe con il suo bambino per mano, mentre le mie scarpe le riempiono la tasca del grembiule. Altri segni ci vuole più tempo per capirli. Spesso ci sono troppi segni, o un presagio chiaro si vela troppo in fretta. Io li metto in ordine e cerco di ricordare, ma molte cose le perdo, come quando non leggo il serpente giarrettiera che si trascina a morire sulla soglia di casa. Lasciami cominciare da quello che so per certo.

L’inizio inizia con le scarpe. Da bambina non sopporto di stare a piedi nudi e chiedo sempre delle scarpe, le scarpe di chiunque, anche nei giorni più caldi. Mia madre, a minha mãe, è scontenta, è arrabbiata per quelle che chiama le mie arie da signorina. Solo le donnacce portano i tacchi alti. Io sono pericolosa, dice, una selvaggia, però cede e mi lascia portare le scarpe buttate via da qualcuno in casa della Senhora, a punta, con un tacco rotto e l’altro consumato e una fibbia sopra. Per questo, dice Lina, i miei piedi non servono a niente, saranno sempre troppo morbidi per la vita e non avranno mai la pianta forte, più dura del cuoio, che la vita richiede.

 Silvia Fornasiero

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