“Ho cercato di educare i miei figli maschi. E loro stanno educando me” su La 27 ora

HO CERCATO DI EDUCARE I MIEI FIGLI MASCHI. E LORO STANNO EDUCANDO ME di Francesca Rimondi su La 27 ora

« Gentile Ministro, mi scuso se disturbo e vengo a romperLe le palle in un momento così delicato. Vorrei solo sottoporre alla Sua attenzione questa foto. In questa foto stavo andando a sposarmi. Alla mia sinistra (sempre a sinistra, lo scusi ma è così) c’è mio padre. Oggi – due anni dopo – mio padre è stato dichiarato finalmente invalido, facciamo in modo che il Suo collega alla Disabilità non mandi tutto in fumo. Alla mia destra c’è mio figlio Numero Uno. Mio figlio Numero Uno è nato da un altro padre rispetto a quello che sto andando a sposare in questa foto. Respiri. Respiri forte. Sto andando a sposarmi in Comune. Continui a respirare. Da qualche parte, non visibile nella foto, c’è mio figlio Numero Due, che durante la cerimonia ci ha portato le fedi. I miei testimoni erano una coppia sposata a Buenos Aires, perché qui, ai tempi, non potevano. Dopo hanno potuto. Due uomini, sì. Non li ho scelti per folklore gay. Li ho scelti perché sono tra le persone più intelligenti, umane e resistenti che io conosca. Al momento esistiamo. Tutti quanti, con le nostre vite. Sinceramente non so dirle se siamo felici – ehi, Ministro, me lo sta chiedendo? – abbiamo tutti i nostri cazzi da sfangare. Ma questo va al di là della famiglia, voglio dire, anche Calcutta ha un sacco di problemi con le femmine nell’ultimo disco. Però siamo qui, ecco. Questo volevo dirLe».

Francesca Rimondi è una che scrive così. È una così. E così ha pure scritto un romanzo, Non dire cazzo– Frassinelli: autobiografia di una mamma, in forma di dialogo con i figli, in una quotidianità molto reale e molto immaginifica. Così le abbiamo chiesto di scrivere per noi qualcosa sull’arte di educare figli maschi. Oggi. E qui sotto il risultato. (la foto – di Valeria Verdolini – l’abbiamo presa dal suo Fb. E altrimenti come si fa a illustrare una che scrive così. E per giunta di figli, di educazione, di vita, di famiglie, di…. Di cosa NON scrive Francesca? )

Diciotto anni fa (18), un’infermiera mi svegliò, delicata. Mi svegliò e mi disse «Eccolo».
Guardai.
Vidi una cosa lunghissima (53, 2 cm) e stranamente molto silenziosa (20 hZ).
Mi guardava. Era chiaro che non vedeva un cazzo – i neonati non vedono NIENTE (20-25 cm di distanza quando va bene) – ma lui, comunque, mi guardava. Gli occhi neri, lucidi, giganti. Quella volta (2.000 d.C.) mi addormentarono, per farlo nascere. Forse si faceva così, nel 2.000 d.C., non so.
Avevo venticinque (25) anni, sapevo poco di uomini, ancor meno di uomini in miniatura. Lui fu il primo.

Da qualche anno vivo insieme a tre (3) uomini.
La mia è stata una scelta fino a un certo punto (1/3) e una convergenza assoluta (3/3) di amorosi sensi su cui, con impegno, fortuna e un sacco di attenzione reciproca, noi quattro (4) siamo riusciti a costruire quella che, a tutti gli effetti, mi vanto tantissimo di poter chiamare «la mia famiglia».

Dopo pochi anni da quella mia personalissima Bastiglia – quando fui svegliata da un’infermiera delicata – decisi che la mia famiglia dovevo essere io e lui. C’era un sacco di spazio, ma non c’era whatsapp, non c’era niente di niente, c’era la Bastiglia, la rivoluzione infuriava dentro di me, non c’era più amore per il padre, avevo qualche anno in più di venticinque anni e non sapevo niente (o poco) di uomini.
Stavo bene con mio figlio.
Avevo imparato da lui delle cose, sapevo chi era Goku, sapevo andarci al cinema, passare le sere con lui, svegliarlo e portarlo allo scuolabus puntuale. Lui era il primo, è il primo, ancora oggi. Il mio primo uomo.

Dopo è arrivato mio marito. Sarebbe stato mio marito diversi anni dopo, ma è arrivato molto prima che lo fosse. Burocraticamente parlando.
Mio marito è un uomo buono, calmo e molto lento, ci siamo sposati per fare una festa, perché ci amavamo da prima di sposarci e avevamo voglia di fare una festa.
Avevamo fatto un figlio, nel frattempo.
I nostri genitori erano invecchiati, nel frattempo.
Anche il mio primo figlio era invecchiato. Cresciuto, dai.
Ci siamo ritrovati tutti insieme, genitori invecchiati, amici dispersi, figli, non figli, cantanti e ballerine, e abbiamo ballato.
Alla fine della festa siamo rimasti noi quattro (4). Io e i miei tre uomini. A sposarci siamo andati su una skoda, la mattina appena svegli, col permesso del Comune per entrare in centro.

I miei figli mi hanno insegnato diverse cose.
Per esempio mi hanno insegnato che non occorre avere dei figli per sentirsi delle persone migliori.
I figli non ti rendono migliore e avere dei figli non ti qualifica automaticamente alle semifinali dei Mondiali di Umanità.
«Io lo dico da madre/da padre» è un grande alibi dietro cui ci si nasconde, quando non si hanno altre argomentazioni su cui far leva.
Non potrò mai usare i miei figli per giurarci sopra le teste, per garantire qualcosa, per promettere solidarietà fasulla, per darli in pasto al popolo becero. Metterli davanti a tutti come se avessi fatto chissà quale impresa.
Si fanno figli come si dice «cazzo». Ma si è anche liberi di non farli. Oppure si è obbligati, non ci sono le condizioni per. Sono cose delicate, come il tocco di un’infermiera.
Le persone che non hanno figli sono come me.
Umane, troppo umane, poco umane. Non è un’anestesia spinale a emanciparti.

Quando poi li ho messi al mondo, ho pensato questa cosa. Ho pensato che dovevo proteggerli, ma al contempo responsabilizzarli.
È un gran casino, mi sono detta.
Come faccio. Se li proteggo non li responsabilizzo; se li responsabilizzo, come posso proteggerli. Mi sono detta.
Allora ho provato a insegnare loro delle cose.
Ho provato a insegnare loro:
– a stirare
– a guardare i musical tipo Cantando sotto la pioggia senza addormentarsi
– a caricare una lavastoviglie
– a guardare alle donne con rispetto
– a essere gentili
– a guardare una palla (o un qualsiasi oggetto sferico) con assoluta indifferenza
– a stare in silenzio quando serve
– a lavare i piatti quando serve
– a stirarsi una t-shirt quando serve
– ad amare il colore rosa, il colore più antico del mondo
– a cavarsela da soli a scuola

Loro mi hanno insegnato:
– che gli uomini sanno stirare benissimo, vedeste le camicie che sanno stirare
– però davanti a Cantando sotto la pioggia, niente, si addormentano
– la lavastoviglie è un giochetto da ragazzi
– le donne sono sacre
– la gentilezza, in generale, è sacra
– però davanti a una palla (o un qualsiasi oggetto sferico) non capiscono più un cazzo, perdoniamoli, devono palleggiare, calciare, spallonare, tirare in porta, tirare il rigore, metterla dentro, anche in corridoio, come fai, tu, a resistere, dicono
– parliamo per alzata di mano; parla pure, mamma; dimmi tutto. Però alza la mano, poi aspetta il tuo turno
– «che cazzo è questo detersivo tristo da discount? La prossima volta compra lo Svelto, madonna che roba schifosa che hai comprato, non lava niente, signora mia»
– ripeto: SANNO STIRARE BENISSIMO
– il rosa sta bene su tutto
– nessun figlio ha bisogno di un genitore che vada a scuola con lui. Ci siamo già andati eoni fa, a scuola. Io, personalmente, ne ho avuto abbastanza. Basta. Lasciamoli fare. FIDIAMOCI di loro.

La prima cosa bella che dissi a me stessa diciotto anni fa, davanti a quello sguardo duro, fisso, nero di mio figlio appena nato, fu: il mio compito, la mia personale missione per conto di dio – me l’ha detto la Pinguina, suor Mary – sarà fare di te una persona rispettosa. Rispetta tutti. Rispetta il mondo in cui ti è stato concesso di esistere. Rispetta le donne che ti ameranno e che tu non amerai. Rispetta le donne che amerai e che non ti ameranno. Rispetta il blues, il soul, la musica fatta bene, il ritmo, la buona letteratura. Evita gli inganni, ma cadici, se proprio non ti è possibile. Ti servirà. Tieni sempre un occhio attento e splendente su chi ti accompagnerà, nel tuo cammino, perché chi ti accompagnerà forse sarà più debole di te, o forse no. Forse sarà un uomo o una donna o chissà chi, sarà una persona che ti compera una camicia, che ti dice che sei sfigato perché non hai una camicia, che guarderà con te Cantando sotto la pioggia o una partita dei Mondiali, una persona che avrà in comune con te mille cose, e tra queste mille ci sarà il rispetto che ti ho insegnato io. E tu dirai: Ecco, ecco a che cosa mi è servita la mia vecchia madre, ecco. Quella vecchia madre che mi diceva tutto e niente, per alzata di mano, tra una cena di polpette tristi e il rochenroll. Quel qualcuno – diceva la mia vecchia madre – sarà qualcuno in grado di passare con te qualche buon momento di felicità eccetera eccetera. E questo è l’importante.

Queste cose le ho dette, pensate e trasmesse anche al mio secondo figlio, quando nacque. In sala operatoria, quando lo tirarono fuori a forza dalla mia pancia. In sala operatoria, quel giorno lì, quando mi tirarono fuori a forza il mio secondo figlio, la radio stava passando una canzone di Tiziano Ferro. E io ho pensato che nulla sarebbe potuto andare male. Nulla. E così è stato.

L’autrice del romanzo
Francesca Rimondi vive a Bologna con i suoi due figli e con il papà del secondogenito. Ha quarantatré anni e lavora nella redazione di una casa editrice di testi scolastici. Ha scritto Non dire cazzo (Frassinelli)

La trama è la vita familiare, una quotidianità che si potrebbe dire estrema, e i fili che la intessono sono le conversazioni di una mamma con i suoi due figli, un ragazzino che diventa un adolescente e un piccoletto che ancora non parla in modo distinto. C’è anche un fidanzato, ci sono un nonno amabile ma molto invecchiato e una nonna spiritosa. Dialoghi serrati, battute sorprendenti, soprannomi immaginifici, incontri inventati. La parola “mamma” scandisce il discorso, la parola “cazzo” lo decostruisce: scrittura galoppante, una colonna sonora di band e canzoni giustapposte, il romanzo è un’autobiografia senza volere e una filosofia senza parere. E, come dice il figlio Numero Uno nella postfazione che ha scritto al libro della mamma «intellettuale damsiana», «c’è persino la critica sociale attraverso le whatsapp delle mamme», che a Francesca Rimondi proprio non piacciono.

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