LOVE MATCH di Paola Gianinetto

Love Match è nato sui campi da calcio, o meglio, in tribuna.

Perché, ebbene sì, io sono la fortunata mamma di una calciatrice. Prima, una bimba di sei anni che mi avrebbe volentieri presa a schiaffi quando tentavo di infilarle il body da ginnastica ritmica e che sopportava senza battere ciglio i compagni maschi che la facevano sempre stare in porta, perché nessuno ne aveva voglia, e poi tanto lei era una femmina. Poi, una ragazzina di dodici che ha realizzato il sogno di giocare nella sua squadra del cuore, di indossare gli stessi colori dei suoi idoli. E adesso una ragazza di quindici che anche se va al liceo e c’è tanto da studiare lo spazio per il calcio riesce ancora a trovarlo, perché è qualcosa che fa parte di lei.

La vita della mamma di una piccola calciatrice non è facile. Tocca fare i salti mortali per riuscire a portarla agli allenamenti quando invece dovresti lavorare, dimenticarsi i weekend liberi per andare alle partite, anche se la temperatura è sotto zero e tu batti i denti per il freddo e ti chiedi perché tua figlia non abbia sviluppato una passione così grande, che ne so, per il nuoto sincronizzato. Eppure, mentre trascorrevo tutte quelle ore a congelarmi il sedere sul cemento, mi sono innamorata. Di ognuna delle piccole guerriere che ho incontrato negli anni, della loro forza, della loro determinazione. Della consapevolezza che hanno, già da bambine, del fatto che per loro sarà tutto più difficile. Ma non gliene frega niente, anzi, saperlo le rende solo più forti. Quello che mi ha sempre colpito è l’intensità con cui credono in quello che fanno, nei colori che indossano. Nell’essere una squadra, una squadra sul serio, una cosa sola contro il resto del mondo. Anno dopo anno, mi sono innamorata del loro immenso cuore e dei sogni che brillano loro negli occhi.

Nina, la protagonista di Love Match, è l’incarnazione di tutti quei sogni. Avrei potuto raccontare la sua storia in mille modi diversi, ma per lei volevo una storia d’amore a tutto tondo. Con il calcio e con la vita. Per Nina volevo la Fiaba, quella con la F maiuscola, il Principe Azzurro e il vissero per sempre felici e contenti. E chi poteva essere più adatto a vestire i panni del Principe Azzurro se non Samuel De Luca? Il Re, la stella assoluta della squadra, il golden boy del calcio italiano. Per Nina, un idolo da ammirare da lontano, almeno finché…

Ho scritto tanti libri e li ho amati tutti alla follia, ma questo mi ha dato qualcosa in più: uno straordinario viaggio nel tempo. Mentre scrivevo ho avuto di nuovo diciott’anni, ho provato tutta l’intensità delle emozioni del primo amore. Un primo amore da favola, quello che tutte prima o poi abbiamo sognato e che poche fortunate hanno vissuto. Ho scoperto che non c’è età per il batticuore e le farfalle nello stomaco e me le sono godute tutte, fino in fondo.

Che abbiate diciotto anni oppure sessanta, spero che Samuel e Nina facciano lo stesso effetto anche a voi, perché non siamo mai abbastanza grandi, abbastanza seri o abbastanza impegnati per sognare.

E, quando sogni, tanto vale farlo in grande.

Lucilla Ricottini, l’omeopatia

1 -Come funziona l’omeopatia.

Ormai è una nozione comune, la parola omeopatia vuol dire la cura con il simile, cioè dare una sostanza diluita può curare quella malattia che verrebbe causata dalla stessa sostanza in concentrazione elevata.  In realtà la preparazione è poi più complessa, perché prevede anche un procedimento “energizzante” che si chiama dinamizzazione. Senza questa attivazione la sostanza diluita non ha effetto terapeutico.

 

2- L’omeopatia cura il malato e non la malattia. Che significa?

Si dice così perché l’omeopatia guarda al malato nella sua totalità. Infatti nella ricerca della cura, il medico omeopata va a studiare anche sintomi specifici come i gusti alimentari, l’attrazione o avversione per le temperature calde o fredde, il desiderio di liquidi caldi o freddi, la presenza o meno di brividi, etc.. Tutte indicazioni che lo guidano nella scelta del rimedio specifico. Non esiste quindi la cura per la gastrite, piuttosto esiste la cura per Paolo che ha la gastrite. Ogni volta che una persona supera una patologia utilizzando un rimedio omeopatico, rafforza tutto il suo organismo.

 

3- Perché i prodotti omeopatici non hanno il bugiardino?

Fino ad oggi non sono stati inseriti per il timore che possano creare una tendenza all’automedicazione anche in casi gravi. E’ importante infatti che il rimedio omeopatico venga prescritto da un medico- e in Italia gli omeopati sono medici- in modo che la patologia venga curata con un rimedio omeopatico quando non mette a rischio la vita.

 

4- In quali patologie è efficace l’omeopatia?

L’omeopatia è utile in tutti i casi in cui la patologia non è così grave da richiedere un intervento immediato di tipo chimico. In questo caso l’omeopatia sostiene i processi naturali di guarigione, ottimizzando la risposta immunitaria e riequilibrando il sistema globale organico, andando a potenziare la risposta biologica .

Questo può  richiedere del tempo, come ad esempio nella cura di una rinite allergica . La terapia omeopatica non è indicata nei casi in cui la patologia può degenerare in poche ore, mettendo a rischio la vita o compromettendo fortemente la qualità di vita di un paziente. E’ comunque utile per la disintossicazione (termine tecnico:drenaggio) dopo l’assunzione di farmaci chimici ed è anche molto efficace nella prevenzione.

 

5- Cosa si intende per biotipo?

In omeopatia parlare del terreno vuol dire rimandare alla costituzione di base della persona e, in questo, lo studio del biotipo si è rivelato molto utile. Infatti ogni individuo è un mondo a sé, ma nello stesso tempo condivide con altri individui delle caratteristiche  metaboliche, endocrinologiche e immunitarie per cui tende a reagire con le stesse modalità  agli stimoli ambientali, chiamati in gergo stressor. Gli stressor  possono essere di tipo: infettivo, tossico, ambientale in senso lato (come per esempio l’elettromagnetismo), emotivi. Quindi il biotipo individua delle caratteristiche biologiche di risposta agli stressor e la tendenza a sviluppare alcune patologie piuttosto che altre.

 

6- Quanti sono i biotipi?

Nell’omeopatia costituzionale sono quattro e sono caratterizzati da un assetto morfologico, temperamentale, endocrino, metabolico e immunitario che li individua. In grandi linee vengono divisi in 2 tipi longilinei e 2 tipi brevilinei. Ciascuno di questi tipi reagisce in modo simile agli stimoli ambientali e appare predisposto a specifiche patologie. Nell’omeopatia classica , secondo alcuni studi di inizio secolo, possiamo riconoscere le quattro tipologie anche dal nome di alcune sostanze chimiche che vengono poco metabolizzate da questi individui. Riconosceremo pertanto il tipo: carbonico, sulfurico, fosforico e muriatico.

Osserviamo gli individui da punti di osservazione diversi e li chiamiamo con nomi diversi, ma si tratta sempre degli stessi biotipi. Ciascuno di questi si ammalerà secondo modalità caratteristiche, guarirà secondo tempi e modalità caratteristici, presenterà un proprio metabolismo e un proprio modo di rispondere alle infiammazioni. Sarà favorito dall’assunzione diche digerisce ed utilizza meglio L’individuazione del biotipo aiuta fortemente nella prevenzione.

 

Lorenzo Zassoli de Bianchi – La luna rossa

Ho scritto il romanzo “La luna rossa” durante la pandemia.

Il “lockdown” è stata una inusuale condizione di estraniazione che mi ha spinto a raccontare una storia musicale, una vicenda umana che unisce nella melodia Napoli e New York. Due città-mondo legate da una singolare coincidenza geografica, il 41esimo parallelo e da un comune sentire.

“La luna rossa” narra di un’affettuosa complicità tra un padre e un figlio, Gerardo e Ninetto Romano, uniti da uno straordinario amore per la musica e capaci di immaginare un futuro con un’abbondanza di cose desiderabili.

Gerardo è un musicista mancato ricco d’amore, di ingenui ideali, di fiducia nella bontà altrui tanto da restare immutato e candido attraverso ogni esperienza. Sorridere al mondo è l’ultimo segreto del suo fascino. La sua grande passione musicale è Tom Waits, il menestrello di Pomona: canzoni come lingue d’asfalto che attraversano canyon e terre di nessuno abbracciando solitudine e emarginazione.

Tom Waits è la sottotraccia del libro, il solco musicale che attraversa il tempo con una inaudita forza espressiva.

Ci vuole coraggio per lasciare Napoli, città che ha il profumo di un’umanità potente, perspicace, avventurosa, ma Gerardo e Ninetto partono inseguendo un sogno e si ritrovano a New York dove l’altezza dei grattacieli si smorza negli spazi allungati di Central Park, dove le luci di Broadway annegano nell’acqua torbida dell’Hudson.

Nel loro percorso utopico incontrano strambi personaggi: da Oracle Fire Blues il benzinaio di Pomona che si credeva il bassista di Tom Waits a Nanà, la stupenda responsabile all’immigrazione di New York; da Michael Stipe, il magnetico leader dei R.E.M. a Imma Nazionale, la cantante detta l’Alhambra per i capelli rossi, la facilità della mossa e l’abilità nella danza del ventre.

Le canzoni sono la sublime banalità della nostra esistenza, le compagne delle nostre piccole odissee. Perciò chi avrà la pazienza di leggere il libro si potrà immergere in tanta musica napoletana e americana disponibile nella playlist LA LUNA ROSSA su Spotify.

Mi è, infine, piaciuto immaginare che la luna conosca le ragioni della vita, la sofferenza, il dolore, il sospiro, la morte e il frutto dell’infinito passaggio del tempo. La luna ha il potere di placare l’inquietudine delle cose.

Si è scritto tanto sulla luna e tante sono le canzoni che la evocano. Ne ho scelta una in particolare: la melodia di Luna Rossa che è il fil rouge lungo cui scorre tutto il libro.

Daniela Volontè: Ti scrivo una canzone

Vi è mai capitato di ascoltare una canzone e di innamorarvene all’istante?

A me, no! Almeno non fino al giorno in cui mio marito mi ha fatto ascoltare una canzone italiana che mi ha completamente stregato.

Ma per farmi capire meglio, devo fare un piccolo passo indietro e spiegarvi che non sono una grande ascoltatrice di musica, anzi… Non vado ai concerti, non canto a squarciagola sotto la doccia e accendo la radio solo quando sono in auto e devo affrontare un lungo viaggio. Non amo quando esco con le amiche e nei pub alzano il volume della stereo, perché non riesco più ad ascoltare chi mi sta accanto. C’è soltanto un momento in cui mi lascio cullare dal ritmo di una canzone: quando scrivo. Infatti, secondo me, per ogni romanzo deve esserci una colonna sonora ben definita.

Da ciò si desume che io e la musica viaggiamo su binari ben distanti, eppure… Appena ho sentito per la prima volta la canzone a cui vi accennavo, ho cambiato completamente prospettiva. Ogni cosa mi ha intrigato di quella canzone e più la ascoltavo, o leggevo il testo, più nella mia testa si faceva largo una storia. Di norma non ho le idee chiare fin dall’inizio circa lo sviluppo di una nuova trama, invece, questa volta il romanzo è nato in una maniera tanto spontanea da stupire anche me. Inoltre, io, che di solito sono ipercritica su ciò che scrivo, ho adorato mettere nero su bianco alcune scene che nella mia testa continuavo a rivedere, come la sequenza preferita di un film amato.

Il risultato finale di questo processo lo metto nelle vostre mani e ovviamente mi auguro che sia un bellissimo “film da vedere”. Se volete conoscere il titolo della canzone che ha ispirato l’intero romanzo, non dovete far altro che leggerlo e arrivare all’ultima pagina, dove la vostra curiosità troverà di sicuro soddisfazione.

Prima che la lettura inizi, non posso che ringraziare tutti coloro che si lasceranno condurre per mano in un mondo fatto di musica e di parole.

Buon viaggio da parte mia e da parte dei Sonder.

La novella di Stephen King Se scorre il sangue è stata opzionata da Netflix

La novella di Stephen King Se scorre il sangue è stata opzionata da Netflix & John Lee Hancock/Jason Blum/Ryan Murphy, mentre Ben Stiller e Darren Aronofsky se ne sono aggiudicate altre due.

 

Se scorre il sangue, la raccolta di Stephen King che occupa i primi posti delle classifiche fin dalla sua uscita, ha già tre opzioni cinematografiche, mentre una quarta è in trattativa perché coinvolge un personaggio preesistente, protagonista di una serie TV HBO. E visto che King accetta 1$ per opzione, sono 4$ in più nelle tasche del prolifico autore, ai quali si aggiungeranno ben altre cifre al momento della realizzazione.

Netflix, Blumhouse e Ryan Murphy hanno unito le forze per opzionare il primo racconto della raccolta, Il telefono di Mr. Harrigan, con l’adattamento e la regia di John Lee Hancock. Jason Blum, Murphy e Carla Hacken sono I produttori.

Ratto è stato opzionato da Ben Stiller, che ha deciso non solo di produrlo e dirigerlo, ma anche di esserne protagonista.

E la Protozoa di Darren Aronofsky ha opzionato La vita di Chuck. A questo punto, Aronofosky è anche produttore.

Il quarto racconto, Se scorre il sangue, potrebbe seguire una strada diversa, poiché ha per protagonista Holly, la detective visionaria resa indimenticabile da Cynthia Erivo nella serie HBO The Outsider. Nessuna sorpresa quindi, se nel futuro della serie dovesse entrare anche Se scorre il sangue.

Ora, bisogna tornare parecchio indietro nel tempo, e precisamente alla raccolta del 1982 Stagioni diverse, per ritrovare lo stesso numero di opzioni da un solo libro. Stiamo parlando di racconti, e film, leggendari: Il corpo, che è diventato Stand by me di Rob Reiner, un classico; Rita Hayworth e la redenzione di Shawshank portato al cinema col titolo Le ali della libertà, con Tim Robbins e Morgan Freeman; L’allievo, diretto da Bryan Singer e interpretato da due attori del calibro di Yan McKellan e Brand Renfro. L’unico titolo di quel libro che a suo tempo non è arrivato al grande schermo è Il metodo di respirazione. Che la Blum sta realizzando in questo periodo.

Quando ho scritto che King opziona le sue opere per 1$, non ho detto che si tratta di una cifra simbolica e che il contratto prevede molte clausole riguardanti il suo controllo sul lavoro – anche se King tende a non soffocare il processo creativo – e delle scadenze a breve termine, in modo che le sue opere non languiscano nel limbo delle eterne opzioni.

Secondo molti, Il telefono di Mr. Harrigan è il racconto più vicino a Stand by me, con un tocco horror, tanto per gradire. Un ragazzo del Maine fa amicizia con Mr. Harrigan, anziano signore in pensione per il quale comincia a fare qualche lavoretto fin dall’età di nove anni. Ad Harrigan piace regalare al ragazzo dei gratta e vinci, e quando il giovane vince davvero, gli dimostra la sua gratitudine regalandogli il suo primo smartphone. Quando Mr. Harrigan muore, il suo amico gli mette il telefono in una tasca. Poi gli manda un sms, ed è sconvolto nel ricevere una risposta dall’oltretomba.

Marci Wiseman e Jeremy Gold di Blumhouse Television sono i produttori esecutivi di questo che sarà il quarto film Netflix tratto da King dopo Il gioco di Gerald, 1922 e Nell’erba alta.

La vita di Chuck riguarda Charles Krantz, morto all’età di 39 anni per un tumore al cervello e la cui vita è segmentata in diversi capitoli dalle atmosfere soprannaturali.

Il protagonista di Ratto è Drew Larson, uno scrittore frustrato, che ha al suo attivo un racconto molto promettente, relegato ormai a oggetto di studio, perché ogni volta che ha una buona idea, succede qualcosa di tremendo. Quando gli viene in mente di scrivere un western, si chiude in un vecchio rifugio di famiglia nei boschi, ben deciso a portare a termine il lavoro. Durante il soggiorno, però, tra bufere e blocco dello scrittore, Larsen si ritrova a stringere un patto faustiano. Con un ratto. Convinto che tutto sia avvenuto in uno stato di delirio notturno, ben presto scopre invece di aver davvero firmato per il successo, ma in cambio della vita di una persona amata…

Se scorre il sangue ha per protagonista Holly Gibney, detective dell’agenzia Finders Keepers impegnata nel ritrovamento di un cane. Mentre indaga, assiste a un servizio sull’attentato a una scuola e si convince che l’inviato potrebbe essere tutt’altro che imparziale. Oltre che in The Outsider, Gibney è anche nella trilogia di Bill Hodges, la serie con Brendan Gleeson che comprende Mr. Mercedes, Chi perde paga e Fine turno.

 

Fonte: Deadline/Variety.

Stefania Russo – Non è mai troppo tardi

“Non è mai troppo tardi” è un libro di pancia, scritto di getto, figlio di poche congetture.
Nelle mie intenzioni iniziali Annarita doveva essere la protagonista di un noir anche abbastanza cupo. Solo dopo aver riletto le prime pagine mi resi conto che Annarita possedeva una vena autoironica molto marcata che sarebbe stato un peccato ignorare.
Ed è stato così, lasciando “parlare” Annarita, che è nata la storia narrata in queste pagine, con Olga che non si limita a ricoprire un mero ruolo di contorno, quello della badante schiva e dedita, ma diventa il perno attorno al quale si sviluppa l’intera vicenda, e in un certo senso le dà ragione di esistere.
Eh sì, perché le condizioni di salute di Ada, sua sorella, affetta da una rara forma di neoplasia, peggiorano all’improvviso, e Olga, lontana da lei migliaia di chilometri (Ada vive in Romania, la loro terra d’origine), si trova ad ingegnarsi per racimolare l’ingente somma che consentirebbe a Ada di sottoporsi a una cura sperimentale in Italia.
Per l’affetto e la gratitudine che Annarita prova nei confronti di Olga, non può certo esimersi dal venire in suo soccorso, e così, nonostante i suoi ottantaquattro anni e la sedia a rotelle su cui è costretta a vivere, metterà in piedi un sistema di mutuo soccorso generoso e commovente, che vedrà l’intero complesso residenziale in cui vive, un casermone di cemento a canoni agevolati che lei ha ribattezzato “Il Mostro”, mobilitarsi per onorare la causa.
La stesura di “Non è mai troppo tardi” è stata, per me, motivo di grande passione e divertimento: spero che lo stesso possa succedere ai lettori.

Storie di crimini contro gli animali e di persone che li combattono

Quando ho iniziato a occuparmi di animali erano davvero altri tempi: solo oggi, dopo più di quarant’anni, mi rendo conto di aver trascorso tutta la mia vita adulta in attività legate alla loro difesa. Spinto già da giovane dall’impulso di difendere chi aveva meno diritti, dei più fragili e degli indifesi. Così in un lontano gennaio del 1976 varcai, per la prima volta, la porta della sede dell’ENPA di Milano per fare volontariato. Ancora non sapevo, ovviamente, che avrei percorso tutta la scala gerarchica dell’associazione sino a diventare, nel 1988 il presidente e poi anche il responsabile del Nucleo delle Guardie Zoofile ENPA. Un’attività di volontariato certo, ma che ha impegnato la mia vita quanto un secondo lavoro, portandomi a sacrificare scelte lavorative e tempo libero. Anni in cui occuparsi di animali era considerata una sorta di stravaganza, e in cui gli unici davvero meritevoli di avere una tutela sembravano essere solo cani e gatti. Tutti gli altri animali erano considerati in modo differente, come se appartenessero a un’altra categoria. Nei dibattiti sui cani, popolati allora dall’alta borghesia milanese, era normale vedere signore tanto ingioiellate quanto impellicciate. Senza che questo destasse scandalo.

Con il tempo ho capito quanto fosse importante cercare di fare cultura sui diritti degli indifesi, senza preoccuparmi mai se si trattasse di uomini o animali. Mondi che si toccano, molto più di quanto apparentemente possa sembrare, dove sofferenza e solitudine possono essere compagni di viaggio per tanti. Per questo ho ritenuto fosse importante poter raccontare di tempi recenti ma dimenticati, dove nelle case e nei cortili delle trattorie non era così difficile imbattersi in un orso o in un leone. Tenuti per stupire o per farsi pubblicità: animali privati di ogni dignità e di ogni diritto.

Ho iniziato a studiare, a capire come poter coniugare approccio etico e giuridico, cercando di far capire che l’esistenza in vita si chiamasse, in realtà, sopravvivenza e non benessere. Stare bene, in equilibrio con l’ambiente circostante rappresenta, infatti, uno stato completamente diverso dall’assolvimento dei soli bisogni primari. Non è importante il momento della nascita e nemmeno quello della morte, che per quanto violenta e ricca di sofferenze dura un attimo, rispetto al tempo che un essere vivente trascorre da quando apre gli occhi. Per questo bisogna che la vita abbia qualità, dignità e rispetto dei bisogni di ogni specie.

In questo libro, scritto con l’amica Paola D’Amico, giornalista del Corriere della Sera e grande amica, abbiamo cercato di offrire a chi leggerà spunti di riflessione, dati e resoconti di indagini sui crimini contro gli animali. Senza calcare sulla sofferenza, senza esibire il dolore che allontana il lettore e rischia di rendere inutile lo scrivere. Speriamo di esserci riusciti, di poter aver regalato una visione diversa del mondo animale, spesso legato a quello criminale.

Cercando di far comprendere quanto la nostra esistenza sia legata a filo doppio con quella di tutti gli esseri viventi che popolano il pianeta e con l’ambiente che ci ospita. Per evitare sofferenze a uomini e animali, per non ricadere in periodi terribili come questo della pandemia di Covid19, nata per l’irresponsabilità di uomini che hanno operato scelte molto poco sagge, andando così a stuzzicare virus, che ci hanno ricordato la nostra impotenza di fronte all’onnipotenza del mondo naturale.

La trama dei sogni di Emily Pigozzi, un romanzo che si muove al suono di musica

“La trama dei sogni”

 

La musica per me è tutta speciale, senza distinzioni.

Qualcosa che risveglia l’istinto più animale, più primordiale che ci batte dentro.

Così come speciali lo sono tutti i desideri, e le storie d’amore.

La musica è il filo conduttore delle nostre vite, anche quando non ce ne accorgiamo. Ci parla, e in qualche modo parla sempre di noi.

È il ritmo stonato che non ricordi, le parole che ti salgono in bocca e che non perderai mai più, anche se non ti piacciono. Un qualcosa di così piccolo e insieme di così grande.

E questo, tutto questo, si infila ne “La trama dei sogni” e in questa storia che unisce e sul filo delle note e dei desideri un secolo intero.

Per Sebastian la musica è il riscatto, l’essenza stessa della vita. Per lui è un qualcosa di così immenso da averne un timore reverenziale, sacro.

Per Rossana invece è un qualcosa che regala speranza e nostalgia, un urlo liberatorio sotto la doccia, una carezza di qualcuno che se n’è andato troppo presto.

Questo libro è nato, si muove e respira al suono di tanta musica: i meravigliosi valzer della famiglia Strauss amati da Franz e Rosa, che ci riportano a ritmo di danza a tempi antichi, offuscati dalla guerra e dalle convenzioni, dove l’amore era qualcosa di istintivo, forse di semplice.

Ci sono Chopin, Rachmaninoff, le melodie che compone con forza disperata Sebastian, urlando i sentimenti che non ha più il coraggio di esprimere a parole.

E naturalmente la musica pop vintage e italiana che ama Rossana. La musica, come i sogni, è sorprendentemente simile nel cuore di tutti noi. I Pooh, Gianni Morandi, i Ricchi e Poveri. Chi di noi non li ha cantati a squarciagola, almeno una volta?

Proprio come tanti generi musicali, anche noi esseri umani sembriamo così lontani, così diversi. Piccole isole e mondi destinati a non toccarsi mai.

Ma se guardiamo a fondo, sotto le nostre armature, scopriremo di avere sogni, desideri, speranze, così simili gli uni agli altri.

In fondo ci sono sette note soltanto, così piccole, così semplici.

Ma a quante melodie meravigliose possono dare vita?

                                                                                            

Emily Pigozzi

Aurélie Valognes: un successo nato in Italia

Recentemente Le Journal du Dimanche ha raccontato che in Francia «Aurélie Valognes ha illuminato la quarantena dei suoi lettori» grazie al suo ultimo romanzo, pubblicato subito prima del lockdown, «aiutandoli a superare quel periodo angosciante. E lo dimostrano gli oltre 400 messaggi ricevuti dall’autrice su internet nel giro di 8 settimane: ‘Questo romanzo è stato il mio compagno di quarantena, e pensare che non leggevo un libro per intero dai tempi della scuola’ le scrive un lettore. ‘Grazie di averci donato freschezza, gioia e leggerezza in questo momento difficile’ la ringrazia una psicologa. ‘La sua scrittura ci fa stare bene’ aggiunge una donna ricoverata in ospedale. La pandemia avrà anche intralciato la promozione della sua novità, Né sous une bonne étoile, ma Aurélie Valognes, che al termine di tutti libri fornisce il suo indirizzo mail privato, non ha mai interrotto il legame con il suo pubblico. […] A ogni lettore scrive un breve messaggio di speranza, convinta che ‘basti veramente poco perché la ruota giri per il verso giusto’. La prova? La sua stessa storia. Ha creduto di non farcela quando è stata colpita da una pesante depressione dopo la nascita del suo primo figlio; si è ritrovata senza lavoro quando ha dovuto licenziarsi per seguire suo marito in Italia; la morte di una cugina l’ha sconvolta.» Finché, una notte, un sogno le ha ricordato un suo vecchio desiderio di bambina: diventare una scrittrice E si è detta: Ora o mai più.

Dopo aver frequentato un corso di scrittura creativa, ha autopubblicato il suo primo romanzo: un successo immediato da 1 milione di copie. E allora sono arrivati l’interesse degli editori, altri cinque romanzi, le classifiche – dove svetta sempre ai primi posti: «nel 2019, per il terzo anno consecutivo, l’autrice trentasettenne si è classificata tra i cinque romanzieri più letti in Francia» riporta Le Journal du Dimanche.

Mentre sta già lavorando al suo settimo romanzo, arriva in Italia uno dei suoi successi precedenti: Non c’è rosa senza spine (tit. orig.: Minute, papillon), una storia che parla di madri e figli, di seconde chance e dei piccoli, irrinunciabili piaceri della vita. Come le torte al limone e i cappuccini che Aurélie stessa ha gustato in una pasticceria di Milano e che hanno accompagnato la stesura del romanzo. C’è quindi anche un po’ di Italia in questa storia – e nel successo di questa autrice. Del resto, è proprio nel nostro Paese che Aurélie ha rispolverato il suo sogno di bambina e ha iniziato finalmente a scrivere.

Ecco la sua dedica ai lettori italiani: https://www.facebook.com/sperling.kupfer/videos/3041794155934319/

Kira Shell, lettera alle lettrici

Sin da bambina mi sono sempre chiesta che cosa avessi voluto fare da grande.
La risposta ancora non mi è chiara, ma vorrei raccontarvi un piccolo aneddoto che mi accadde a dieci anni e
al quale ho potuto dare un senso soltanto in età adulta.
Ricordo che la mia insegnante di italiano mi diceva spesso che i temi che scrivevo erano lunghissimi, che a
scuola ero molto taciturna ma che attraverso la scrittura aveva compreso la mia capacità di esternare tutto il
mondo che avevo dentro, come se la penna fosse l’unica amica della quale mi fidassi.
Un giorno, ebbe un’idea meravigliosa: ideò una scatola magica con la quale stabilire una corrispondenza
epistolare con i suoi alunni. La posò su un vecchio banco, accanto alla sua cattedra, e ci spiegò che
comunicare con delle lettere potesse servirci per confidarle qualsiasi cosa.
Io gliene scrissi una, la ripiegai più volte su se stessa e timidamente la infilai nella scatola magica, poi attesi
la sua risposta.
Trascorse circa una settimana.
Una mattina, particolarmente uggiosa, la mia insegnante entrò in classe, mi guardò e con un sorriso raggiante
mi disse che c’era una lettera per me.
Sono sempre stata molto riservata, pertanto la presi ma decisi di non leggerla in presenza dei miei compagni,
bensì a casa, nella mia cameretta, in totale solitudine.
Quando la aprii notai che al suo interno vi erano delle foglie secche: due rosse e una verde, emanavano un
delizioso profumo di fiori. Lasciai scorrere gli occhi sulla calligrafia elegante e ordinata della mia insegnante
e una frase, in particolare, catturò la mia attenzione: “Lo studio apre nuovi orizzonti. Da grande ti immagino
come una dottoressa, un avvocato o forse una scrittrice. Ho compreso che nei tuoi occhi spesso rattristati c’è
un intero mondo. Lascialo emergere, è meraviglioso”.
La ignorai, con un sorrisetto di scherno.
Nel 2015, a poco più di vent’anni, sentii l’esigenza di dar voce a tutte le emozioni che avevo dentro, di
smetterla di imprigionare i miei pensieri in poesie brevi e di tuffarmi nella stesura di un vero e proprio
romanzo. Così nacque Kiss me like you love me, una storia nella quale decisi di metterci tutta me stessa.
Timorosa e incerta che non potesse piacere a nessuno, nel 2017, la pubblicai su Wattpad. Avevo solo dieci
lettori al primo capitolo, poi venti al secondo, cinquanta al terzo… decisi di non mollare.
«Che importa che a leggerla ci siano pochi lettori?» Mi dicevo. Io volevo soddisfare quei pochi lettori,
perché ognuno di loro mi stava concedendo il proprio tempo, pertanto meritavano il mio rispetto.
Pochi mesi dopo, come una vera esplosione inaspettata, la mia storia riuscì a entrare nel cuore di più persone,
a emozionare, a catturare, a coinvolgere…e allora compresi che non avrei mai più permesso alla paura di
ostacolarmi.
Nel 2019 decisi di affidare Kiss me like you love me alla casa editrice Sperling & Kupfer, per dare
l’opportunità a più lettori di conoscere la storia di Selene e Neil e di analizzare, con me, una tematica molto
forte e importante.

Ma sapete qual è davvero la cosa sorprendente?
Nel 2020, ho ritrovato quei “pochi” lettori che per primi hanno amato la mia storia.
Li ho ritrovati, tutti, e a loro se ne sono aggiunti molti altri che hanno assorbito, compreso, adorato e
ammirato la storia folle dei miei due incasinati protagonisti.
In questo lungo percorso di stesura e pubblicazione ho compreso che i miei lettori sono l’insieme di tante
mani che da anni tengono stretta la mia, che da anni ricambiano il mio stesso “rispetto” e mi concedono
ancora il loro “tempo”.
Ho compreso che una storia ti entra dentro quando è vera, non importa se è un po’ imperfetta.
Oggi, in un diario segreto, conservo ancora quella lettera della quale vi ho parlato.
La rileggo, e penso che la mia insegnante avesse capito ogni cosa.
Ricordatevi che il cuore conosce già tutte le risposte e che quasi sempre vi suggerisce la strada giusta.
Dobbiamo soltanto ascoltarlo.
Io l’ho fatto e, oggi, stringo tra le braccia i miei quattro romanzi.
Spero che questo sia il preludio di nuove avventure e che i lettori continuino a essere i miei meravigliosi
compagni di viaggio.

Sempre vostra
Kira Shell

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