Intervista ad Anstey Harris, autrice de La musica segreta di Parigi

Da dove ti è venuta l’ispirazione per questa storia?

Mi interessa molto il modo in cui la società rappresenta le figure femminili nella letteratura (e nell’arte): o Madonne o Lady Macbeth, senza vie di mezzo. Volevo scrivere qualcosa che mettesse in discussione i pregiudizi sulle donne e i ruoli precostituiti. La mia sensazione è che la nostra società sia più severa, ad esempio, con le amanti che con gli uomini con cui hanno una relazione: come se le donne dovessero fare sempre attenzione ai propri comportamenti, mentre per gli uomini fosse tutto inevitabile. Tutto il movimento #MeToo dimostra che dobbiamo essere più solidali tra donne, anziché giudicarci a vicenda – perché questo non fa che agevolare comportamenti inaccettabili da parte degli uomini.
Ciò che accade alla protagonista, Grace, ai tempi del college deriva da un mix di esperienze di tanti miei amici che lavorano in campo artistico: una storia vecchia come il mondo. Tanti elementi della vicenda di Grace, e di Nadia in particolare, erano intorno a me da tempo; quando ho ottenuto il master in scrittura creativa, è arrivato il momento giusto per tirare le fila di tutto.

Il romanzo è ambientato in parte in Italia. Sei mai stata nel nostro Paese, e in particolare a Cremona?

Sono stata a Cremona tre volte in occasione della Triennale, e ogni volta quella piccola città meravigliosa mi è sembrata più vivace e interessante. C’è un nuovo Museo del Violino che invito tutti a visitare: è un’ottima introduzione al mondo della liuteria, per la quale potrebbe nascervi la curiosità al termine di questo romanzo.
Amo tante cose dell’Italia: il cibo, la gente, il clima fantastico e l’architettura. Quando visitiamo il vostro Paese, io e mio marito arriviamo in treno, accolti dalla cornice impressionante delle montagne. Lui è un liutaio e torneremo di sicuro in occasione della prossima Triennale (nel 2021); mio marito ha partecipato tre volte: se la prossima riuscisse a vincere, sarebbe la ciliegina sulla torta della storia di Grace!

Credi che i luoghi, le città possano influenzare la nostra vita, come se avessero un significato simbolico?

Siamo senza dubbio influenzati dalle città in cui viviamo; ecco perché per questo romanzo ho scelto due città che hanno tanta personalità e tanto cuore. La tradizione liutaia di Cremona ha fatto sì che il prestigio di quella città arrivasse in ogni angolo del mondo. Nel nuovo Museo del Violino c’è una bellissima mostra che illustra la diffusione del violino e il modo in cui ha viaggiato insieme a esploratori e coloni.
Parigi è rinomata come città delle luci, come cuore della cultura, ma soprattutto come città dell’amore. Nel mio libro, Parigi e la sua magia contribuiscono a rendere David più romantico agli occhi di Grace, che, accecata dal suo incantesimo, non riesce a vedere la verità.

La musica gioca un ruolo fondamentale in questo romanzo. Che spazio ha nella tua vita?

Sarebbe fantastico poter dire che sono una musicista e che sentivo Grace dentro di me ogni volta che prendevo in mano uno strumento… e invece no, sono una pessima violoncellista. Prendo lezioni, di tanto in tanto, da quando avevo 11 anni e non sono mai riuscita a superare il 2° livello.
Poiché mio marito è un liutaio, sono sempre circondata dai suoi clienti, tutti musicisti straordinari. Mi piacerebbe essere brava, ma… non si può avere tutto! Per il resto, nella mia vita la musica ha un ruolo centrale. I miei figli sono tutti molto portati e mia figlia, Lucy Spraggan, ha avviato un’ottima carriera di cantautrice. La musica, e in particolare il canto, sono sempre stati un pilastro della nostra famiglia.

Hai una playlist particolare che ti accompagna quando scrivi?

Ecco un’altra risposta che potrebbe suonare inaspettata per un romanzo incentrato sulla musica. Per scrivere ho bisogno di assoluto silenzio. Associo delle melodie ai personaggi e, quando non riesco a immaginare il seguito della storia, ascolto quella musica per ricordarmi come li volevo. Ma, a parte questo, silenzio totale. All’inizio, la melodia di Grace era l’Adagio di Bach in sol minore per viola da gamba e clavicembalo, ma era troppo malinconico e non la rendeva abbastanza dinamica. Poi ho ascoltato il violoncellista Matthew Sharp suonare Libertango e ho capito subito che quella era la colonna sonora di Grace. In seguito Matthew ha registrato un arrangiamento tutto suo di Libertango per la playlist del libro (che potete trovare sul mio sito: https://www.ansteyharris.com/blog/graces-listening-list)

Hai un luogo preferito per scrivere?
Sono così fortunata da possedere un capanno sulla spiaggia, sul lungomare della città in cui vivo, Deal. Mi siedo lì a osservare il mare, nella speranza che qualche parola s’incastri a dovere! C’è un fornello con un bollitore e una macchina del caffè, e un Fish & Chips proprio sull’altro lato della passeggiata. Perfetto, no?

“Il registratore di sogni” di Mariam Tarkeshi

«È questo, il trauma» ha scritto una volta Patrick McGrath. «L’evento sta sempre accadendo ora, nel presente, per la prima volta.»

Immagino che cominciare a presentare il proprio libro in questo modo, usando le parole di qualcun altro, non sia propriamente saggio, ma spero che me lo concediate.
Queste parole mi sono sembrate così accurate, quando le ho lette per la prima volta, che sono entrate per sempre a far parte del mio modo di pensare e di vedere il mondo.
“Il registratore di sogni” ne è una prova.
Una delle cose che più mi premeva raccontare, in questa storia, è il modo diverso in cui persone diverse affrontano i propri demoni. C’è chi non è in grado di sconfiggerli, chi non è del tutto conscio di averne e chi, in un modo o nell’altro, finisce per liberarsene, o per lo meno accettarli. Un “demone”, per come lo vedo io, può essere un vero e proprio trauma, certo, ma anche più semplicemente una dura verità, o una parte di sé che non si apprezza o che si rifiuta di riconoscere. In ogni caso, qualcosa che ci tormenta. Un dolore tanto intenso che è come se lo provassimo, appunto, “ora, nel presente, per la prima volta.”

Vi è mai capitato di stare così male da decidere di non dormire per paura di quello che avreste potuto sognare? Vi è capitato di svegliarvi con la certezza di aver fatto un incubo e, pur non ricordandolo, di portarvi dietro per il resto della giornata una brutta sensazione che non riuscite a comprendere? Forse il sonno è il momento in cui i nostri demoni ci perseguitano meglio. È il luogo privo di regole in cui possono fare quello che vogliono, liberi dalla costrizione della razionalità che, durante le ore di veglia, li tiene imbrigliati nel tentativo di proteggerci.

“Il registratore di sogni” è prima di tutto la storia di Nico e di come, tramite il registratore, impari cose di se stesso che finora ha sempre ignorato, ma è anche la storia dei personaggi che gravitano intorno a lui e che sembrano camminare in punta di piedi intorno ai propri segreti e alle proprie paure più recondite. Se c’è una cosa che lo studio delle lingue mi ha insegnato, è che c’è sempre un motivo se le parole hanno un certo aspetto, o un certo significato.
Per esempio, i tedeschi traducono la parola “sogno” con “Traum”.

Brevi riflessioni di fisica quantistica – I primi 30 anni del Web – (Fabio Fracas 49)

“Volendo estremizzare, possiamo considerare il mondo come un’unica connessione. Di solito consideriamo un vocabolario come una raccolta di significati, ma in realtà questo tipo di libro definisce il mondo soltanto in termini di parole. Mi piaceva molto l’idea che un frammento d’informazione fosse definibile soltanto attraverso ciò a cui è collegato, e come. In realtà nel significato c’è ben poco d’altro. La struttura è tutto.”

Questa frase di Tim Berners Lee, inventore – assieme all’informatico belga Robert Cailliau – del World Wide Web chiarisce il suo punto di vista su quella che, a ragione, può essere considerata una delle più grandi rivoluzioni della modernità.

Il Web, nella sua prima forma, nacque nel 1989 al CERN di Ginevra per rispondere a un’esigenza pratica relativa alla condivisione delle informazioni fra i vari dipartimenti e laboratori. Un’esigenza che, dall’iniziale ambito fisico degli studi sulle alte energie, si è estesa a coprire qualsiasi tipologia di attività: dalla ricerca alla cultura, dall’economia al divertimento. Non esiste campo nel quale il Web non trovi applicazioni né è più possibile pensare a un mondo senza Internet e senza lo scambio continuo di informazioni e di dati. Un mondo, come lo descrive Berners Lee, che oggi può essere effettivamente considerato come un’unica connessione e del quale, volenti o nolenti, facciamo già attivamente parte tutti noi. Un mondo che offre grandissime opportunità ma che ci obbliga, contemporaneamente, ad assumerci altrettante responsabilità. Nei confronti degli altri e anche di noi stessi.

TRINKETS, ora anche una serie originale Netflix!

L’amicizia non ha prezzo.

Tutto il resto, puoi rubarlo.

Dal bestseller di Kirsten Smith, co-sceneggiatrice di film cult come La rivincita delle bionde, 10 cose che odio di te ed Ella Enchanted, arriva TRINKETS, la serie TV originale Netflix disponibile dal 14 giugno.

Per vivere e sfogliare le avventure delle tre protagoniste – Moe, Tabitha ed Elodie – anche sulla carta, l’appuntamento è per il 18 giugno in tutte le librerie e store digitali.

TRINKETS è una brillante e disincantata storia di amicizia tutta al femminile: tre amiche che non potrebbero essere più diverse tra loro, troveranno nella cleptomania un punto d’incontro. Questa improbabile quanto forte amicizia, porterà le ragazze a scoprire di avere in comune molte più cose di quelle che pensavano…

 

“Beautiful boy” di David Sheff, dal 13 giugno al cinema!

“Un film imperdibile” Daily Mail

“Film intenso, interpretazioni e regia di qualità.” Bestmovie.it

 

Il 13 giugno arriva al cinema il film “Beautiful boy”, tratto dall’omonimo romanzo di David Sheff e con protagonisti le star Steve Carell. Timothée Chalamet, Maura Tierney e Amy Ryan.

Dopo il successo ottenuto dal libro, la drammatica e potente storia di Nic e David vi emozionerà anche sul grande schermo. Un racconto potente sulla forza e il coraggio di un padre, un viaggio nella tossicondipendenza e nel difficile percorso verso la guarigione.

Per chi si avvicinerà al libro dopo aver visto il film, ritroverà nelle pagine e nelle parole di David la stessa forza e determinazione e, soprattutto, l’amore incondizionato di un padre.

 

 

“Le persone e le droghe sono diverse, eppure siamo tutti uguali.

Per quanto Nic sia unico, lui è ogni figlio.

Potrebbe essere il vostro”

David Sheff 

Daniel Speck “Volevamo andare lontano”: la serie tv.

Crediti immagine: ZDF, Rai

Arriva anche in Italia la miniserie tv tratta dal bestseller di Daniel Speck “Volevamo andare lontano”, romanzo che, dopo essersi affermato come il debutto di maggior successo in Germania (con ben 85 settimane di permanenza nella classifica di Der Spiegel) tra 2016 e 2017, ha conquistato l’anno scorso anche la classifica di narrativa straniera in Italia.
Realizzata dalla emittente tedesca ZDF e acquisita dalla RAI durante l’ultimo Festival di Berlino, la fiction tv andrà in onda in due puntate stasera e domani (lunedì 3 e martedì 4 giugno), in prima serata su RAI 1. I tre episodi originali sono stati adattati per il palinsesto italiano in due parti, intitolate «L’amore» e «Il segreto». Per i lettori del romanzo, sarà un modo per rivivere l’appassionante saga della famiglia Marconi, tra l’isola di Salina e Milano, tra l’Italia e la Germania. Una storia che si snoda lungo tre generazioni, un grande amore sospeso nel tempo, e un mistero che una giovane donna in cerca delle proprie radici, oggi, cercherà di sciogliere.
Per chi attraverso la serie tv scopre per la prima volta questa saga, sarà l’occasione di farsi conquistare dalla narrazione travolgente di Daniel Speck, che in questi giorni sarà in Italia per parlarci anche del suo secondo romanzo, Piccola Sicilia.

Crediti immagine: ZDF, Rai

Daniel Speck: Scrivo di famiglie per raccontare il mondo

«Scrivo di famiglie per raccontare il mondo.»*

Sin dagli esordi della sua brillante carriera di sceneggiatore, Daniel Speck ha posto la famiglia al centro del suo universo creativo. Nelle sue storie, il nucleo famigliare è un microcosmo che rispecchia emozioni e tensioni del mondo che ci circonda, un punto di osservazione privilegiato per raccontare i tempi che stiamo vivendo e i mutamenti della società. Fino ad abbracciare le epoche che ci precedono, attraverso un’alternanza avvincente di piani temporali e salti generazionali.
Così è stato anche nel suo primo romanzo, Volevamo andare lontano, che raccontava l’avvincente saga di una famiglia italiana in cerca di fortuna in Germania: nella storia dei Marconi, abbiamo riscoperto un pezzo della nostra Storia nazionale, il recente passato di emigrazione in cui eravamo noi a vestire i panni di coloro che oggi bussano alla nostra porta carichi solo di sogni e speranze.
Dopo il grande successo di Volevamo andare lontano – in Germania è stato l’esordio più venduto nell’anno di pubblicazione e ne è stata subito tratta una serie tv, a breve in onda anche su Rai1 – Daniel Speck è tornato a scalare le classifiche tedesche con un nuovo romanzo: Piccola Sicilia, che in questi giorni arriva anche nelle librerie italiane.
Cuore della storia è l’epopea dei Sarfati, «al contempo italiani, tunisini ed ebrei»: una famiglia che ha nel dna il cosmopolitismo del quartiere in cui abita, quella “Piccola Sicilia” che dà il titolo al romanzo: la Little Italy di Tunisi, dove – fino allo scoppio della Seconda guerra mondiale – cristiani, ebrei e musulmani convivevano pacificamente. Mentre i semi dell’odio portati dal conflitto attecchiscono anche in quell’oasi di tolleranza – in pagine poeticamente drammatiche che sembrano un monito per il nostro presente – la famiglia Sarfati è in balia di quella bufera in cui storie e destini, ferocia e umanità si intrecciano in maniera inestricabile. Scossi da quella tempesta, i protagonisti di Piccola Sicilia sono anime in cerca di un’identità in cui riconoscersi nuovamente, di una patria cui appartenere, di una verità che possa colmare la mancanza. Verità che passa inevitabilmente dai segreti della famiglia: epicentro da cui tutto parte e a cui tutto torna, da cui desideriamo fuggire e al contempo ritornare. Perché ognuno di noi ha bisogno di un luogo da chiamare casa.

*Daniel Speck in una intervista a Die Zeit.

Brevi riflessioni di fisica quantistica: Un universo da scoprire – (Fabio Fracas 48)

“Einstein quindi sbagliò quando disse: ”Dio non gioca a dadi“. La considerazione dei buchi neri suggerisce infatti non solo che Dio gioca a dadi, ma che a volte ci confonde gettandoli dove non li si può vedere.”

Questo pensiero di Stephen Hawking si può leggere nel saggio “La natura dello spazio e del tempo” – del 1996, scritto assieme al matematico inglese Sir Roger Penrose – e rappresenta l’ideale continuazione della riflessione iniziata nel lontano 4 dicembre del 1926, da Albert Einstein. In quella data, infatti, Einstein scrisse all’amico e collega Niels Bohr per mettere in evidenza quelli che, nel suo pensiero, erano i problemi aperti della fisica quantistica. E lo fece proprio coniando la famosa frase “Dio non gioca a dadi con l’Universo”.

Oggi, però, stiamo cominciando a vedere molti dei dadi sparsi per l’Universo ed è dello scorso 10 aprile 2019 la notizia della prima immagine “scattata” a un buco nero: il corpo celeste teorizzato da Karl Schwarzschild nel 1916, grazie ai principi della Relatività Generale di Einstein, e al cui studio ha dato un importante contributo proprio Stephen Hawking. Lo storico successo lo si deve all’Event Horizon Telescope, collaborazione internazionale che vede la partecipazione di centri di ricerca in tutto il mondo. Ed è grazie al progetto BlackHoleCam, dell’EHT, che finalmente possiamo osservare la foto del buco nero da sei miliardi di masse solari situato al centro della galassia Messier 87, nell’ammasso della Vergine. Dadi e buchi neri, grazie alla ricerca scientifica, continuano così a dialogare fra loro.

Fuoco è tutto ciò che siamo – Guido Saraceni

Il romanzo narra la storia di Davide Manfredi e di Giulio Lisi. Il primo è uno studente liceale di quasi diciotto anni convinto di trovarsi in quella fase della vita in cui un essere umano non conta quasi nulla, relegato a mero numero da un mondo di adulti che non sempre stima e raramente comprende, isolato dalla maggior parte dei suoi coetanei soprattutto a causa della loro superficiale e malsana passione per i social network. A questo “pazzo pazzo mondo fatto di like e di cuoricini”, Davide preferisce, di gran lunga, la vita reale: il suono distorto della sua chitarra elettrica, le “situazioni esplosive” organizzate assieme a pochi ma fidati amici, i baci appassionati di Alice – la sua ragazza. Giulio Lisi, invece, è un uomo di quarant’anni che insegna storia della filosofia nello stesso liceo in cui studia Davide, un professore profondamente innamorato della sua materia e dei suoi studenti – ma altrettanto seriamente seccato dalle mille pastoie che mortificano il sistema scolastico italiano, snaturandone la vocazione. Oltre ad essere parecchio attivo sui social
network, il prof. è responsabile di un progetto educativo con cui segue da vicino gli studenti “problematici”.

Giulio e Davide si incontreranno casualmente un pomeriggio di gennaio, quel giorno, ciascuno avrà qualcosa di importante da imparare dall’altro.

Fuoco è tutto ciò che siamo è un libro poliedrico, colmo di spunti sapientemente intrecciati e coesi. Utilizzando uno stile narrativo semplice ed accattivante, l’autore racconta di gioventù, di amore, scuola, amicizia… soprattutto, descrive la sconfinata passione che gli adolescenti provano nei confronti della vita, una preziosa scintilla vitale che gli insegnanti di ogni ordine e grado hanno il dovere di suscitare e proteggere, perché, come ebbe a dire Plutarco, “gli studenti non sono cassetti da riempire, ma fuochi da accendere”.

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