Un giorno forse (someday, someday maybe)

La capostipite di tutte fu Bridget Jones: imbranata, in soprappeso, innamorata del tipico cattivo ragazzo ma affascinata dal tipico bravo ragazzo. E con lei le amiche, qualche drink di troppo e calcoli di calorie al limite dell’ossessivo.

Bridget incarnava, riuniva, distillava in una sola storia tutte le favole “di quando eravamo piccole”: lei che da brutto anatroccolo diventa cigno, lei che viene salvata da un colpo di fortuna (la fata di Cenerentola), lei che converte la bestia in un principe dolce e premuroso, lei che alla fine si toglie la brutta pellaccia d’asino e si trasforma in donna fashion. Le variazioni su Bridget Jones sono state infinite (e spesso noiose), tutte in movimento lungo le linee-guida: confronto/scontro con l’amica bella-magra-fashion, tira e molla triangolare (lei è attratta da quello cattivo ma in realtà si scopre innamorata di quello buono che però è fidanzato con quella impeccabile che lei invidia, etc), problemi sul lavoro che si risolvono magicamente (infatti questi romanzi sono ambientati o a Londra o a New York).

Un giorno, forse a grandi linee non si discosta molto da questo copione, ma la qualità del libro, della scrittura, delle situazioni paradossali ma verosimili (non dimentichiamoci che ciò che è verosimile ci fa ridere e crea empatia con i protagonisti) che vive Franny alzano il romanzo una spanna sopra gli altri. Perché?

Franny – la protagonista – è davvero simpatica, incosciente, inconsapevole e stordita. Chiunque a vent’anni poteva essere come lei (con le dr Martins ai piedi e solo due vestiti nell’armadio)… E’ in lotta per dimostrare al mondo (e a suo padre) che in tre anni si può diventare attrice a New York, per non soccombere alla pigrizia, per pagare l’affitto, per attirare l’attenzione di un giovane-attore-figo, per non farsi domande imbarazzanti sul coinquilino-fidanzato-carino.

Eppoi, Franny ci porta indietro agli anni in cui essere social significava farsi una birra con gli amici, in cui i telefonini non esistevano e si ascoltava la segreteria di casa sperando in messaggi interessanti. (I nostalgici sono pregati di osservare qualche secondo di raccoglimento).

Il romanzo è ben scritto, l’autrice Lauren Graham (ve la ricordate in Una mamma per amica?) non esagera, non eccede, non strasforma in stereotipi o dejà vu le situazioni della sua protagonista.

Consigliato a chi: ha vissuto gli anni ’90 ma anche a chi non li ha vissuti, così può farsi un’idea.

Da leggere: sdraiati su un divano con la tv accesa.

Da sgranocchiare: Oreo.

Durante la lettura si consiglia di spegnere il cellulare.

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