Natale con Frassinelli

Le vacanze di Natale sono l’occasione ideale per scoprire o riscoprire il piacere di leggere! Che sia un regalo per i vostri cari o per voi stessi, vi suggeriamo una selezione di libri perfetti per trascorrere le feste in compagnia di un romanzo Frassinelli.

Voce di carne e di anima di Alda Merini
Tensione mistica e vocazione terrena, religione e follia, vitalità e scrittura. Gli amanti della Poesia non possono lasciarsi sfuggire questo volume: un intenso compendio di alcuni dei libri più importanti che Alda Merini ha affidato – negli ultimi dieci anni della sua vita – all’amico Arnoldo Mosca Mondadori e impreziosito dalla meravigliosa copertina realizzata dall’illustratrice Marta Lorenzon.

L’importanza di ogni parola di Toni Morrison
In un’epoca in cui il pensiero complesso è ridotto a slogan e tweet, L’importanza di ogni parola è il lascito di Toni Morrison, una delle più grandi scrittrici della storia americana, un’autrice che ha sempre messo al centro del proprio lavoro la ricchezza del linguaggio e la ricerca della verità. Così, i diversi testi di questa raccolta hanno alla fine un unico filo conduttore, lo smantellamento delle apparenze (l’essere bianchi, l’essere neri, innanzitutto), con la loro natura ingannevole e strumentale.

Leopardo nero, Lupo rosso di Marlon James
Magia, mistero, atmosfera mistica sono gli elementi portanti dell’imponente fantasy di Marlon James. Quale periodo migliore per leggerlo se non quello natalizio? Verrete trasportati in un’Africa antica e selvaggia dove leopardi e lupi si mescolano con uomini dai poteri sovrannaturali, e dove a vincere è la legge del più forte.

Respiro di Ted Chiang
Ted Chiang è fantascienza nella sua forma più elevata. Citato come l’erede di Philip K. Dick, nella raccolta di racconti Respiro esalta il valore della vita, l’ineluttabilità, la paura e il dolore della morte, la necessità della memoria, la ricchezza salvifica del sapere, e volere, comunicare. Pronti per perdervi in nuovi mondi?

Il cielo non è per tutti di Barbara Garlaschelli
Tinte noir e una forte storia dove a dominare sono le emozioni. L’ultimo romanzo di Barbara Garlaschelli ci riporta indietro nel tempo, agli anni dell’infanzia, facendoci vivere un’età dimenticata attraverso la delicata storia di Giacomo e Alida.

Il fuoco e la polvere di Mauro Garofalo
Se preferite un Natale avventuroso ed esplosivo, il nostro consiglio non può che essere Il fuoco e la polvere! Ambientato nella Maremma del 1862, un western tutto italiano nel quale Mauro Garofalo ci fa vivere una storia intrisa di ribellione, forza, violenza e ruralità.

Buone letture e Buone Feste!

Intervista a Marlon James

Nei giorni di Bookcity si è parlato molto anche di Afriche, con numerosi interventi di grandi scrittori. Il plurale, Afriche, è d’obbligo, visto che il continente ha in sé diverse nature e soprattutto che la diaspora africana ha dato origine a importanti comunità in tutto il mondo, dalle quali arrivano musica, teatro e soprattutto libri sempre più interessanti. E gli afroamericani sono tra gli artisti più vivaci, e Marlon James, che non è potuto venire a Milano per la rassegna, è sicuramente uno dei più originali. Allora ci siamo fatti raccontare da lui qualcosa di più sul suo Leopardo nero, lupo rosso, ambientato in un’altra Africa.

Leopardo nero, lupo rosso è una quest, la storia di un uomo in cerca di qualcosa (un bambino, la verità, la sua natura umana). A raccontare la storia è l’uomo stesso, che si presenta con un nome che non è il suo, proprio come nell’incipit di Moby Dick – Chiamatemi Ismaele. Volevi scrivere il romanzo epico africano?

In un certo senso concordo con il riferimento, perché ho letto Moby Dick e penso che ogni libro entri a far parte del tuo DNA. E sicuramente volevo scrivere un’opera che raccogliesse in sé le culture africane, le culture della diaspora africana. D’altro canto, quando ho iniziato a scrivere Leopardo nero, lupo rosso sapevo che sarebbe stato il primo volume di una trilogia con tre narratori diversi. Quello dell’Inseguitore, che racconta la storia in questo primo romanzo, è quindi solo uno dei punti di vista da cui il lettore conoscerà la storia. In questo modo, sarà proprio il lettore a decidere di chi fidarsi, a decidere qual è il narratore affidabile e quale invece no, proprio come lo deciderà l’Inquisitore, che li interroga. Nel secondo romanzo, a raccontare sarà la strega Sogolon, e la sua versione sarà molto differente da quella dell’Inseguitore.

I tuoi personaggi passano dalla forma animale a quella umana e viceversa: è un riferimento ai superpoteri di fumetti come Black Panther, ma anche alla natura mutevole degli esseri umani?

Per me la cosa più importante era descrivere la natura umana in modo non convenzionale, fluido, ed è proprio la fluidità della forma la caratteristica principale che ho voluto dare al romanzo stesso. Tutto cambia, niente è definito univocamente. La distinzione tra animale e umano, tra gender e identità sessuale sono superati: la natura umana è universale e onnicomprensiva. Nella mitologia e nel folklore africani ai quali mi sono ispirato, l’identità è amorfa e cambia adattandosi alle situazioni: non c’è separazione tra animale e umano, tra maschile femminile.

Sei mai stato in Africa?

Sì, sono stato in Nigeria diversi anni fa ed è stato interessante, ma per creare il mondo di Leopardo nero, lupo rosso – che è un fantasy, in ogni caso, non dimenticarlo – mi sono basato sulla ricerca e sulle mie radici giamaicane. La Giamaica è stato un paese coloniale e si porta dietro quindi un retaggio molto vasto, che ho voluto sgombrare dal punto di vista dei colonialisti e riportare all’origine africana. Volevo liberare la storia dai pregiudizi dovuti all’ignoranza e alle abitudini legate alle successive stratificazioni culturali. L’Africa del mio libro è quindi molto legata alle tradizioni del Centrafrica (la regione più devastata dalle razzie schiaviste), che fanno parte della mia eredità culturale. È un po’ come Il Signore degli anelli, per scrivere il quale Tolkien ha attinto ai miti inglesi e a quelli nordici.

Hai incontrato scrittori africani, per esempio i nigeriani Wole Soyinka e Ngugi wa Thiongo?

Sì, ma li ho incontrati da fan, da lettore accanito. È stato Salman Rushdie lo scrittore – poi diventato amico, che dio lo benedica – che mi ha ispirato nel mio lavoro. Soprattutto, mi ha aperto gli occhi sull’uso della lingua: gli scrittori africani si interrogano sull’uso dell’inglese, lingua imposta che ha offuscato quelle originarie, mentre Rushdie mi ha fatto capire che è uno strumento espressivo, con molte possibili varianti.

Ultima domanda: che cosa pensi dell’adattamento TV di Leopardo nero, lupo rosso?

Sai che Warner ha comprato i diritti della serie, e siccome il produttore sarà Michael B. Jordan, dico a tutti che Killmonger (il protagonista di Black Panther interpretato da Jordan, ndr) farà la serie basata su Dark Star (la trilogia di cui Leopardo nero, lupo rosso è il primo volume, ndr). Sono molto contento, perché sarà una storia ancora diversa destinata alla diaspora africana. E non mi preoccupa affatto come la interpreteranno, non sono il tipo di autore che vuole per forza dire la sua, anzi sono molto interessato alla loro interpretazione. Per il momento il progetto è ancora in fase iniziale, dovremo aspettare per vederlo sullo schermo.

Marlon è stato molto gentile e generoso al telefono, e le cose da chiedergli sarebbero state ancora davvero tante. Per il momento però è tutto, ci rileggiamo la prossima volta.

Intervista a Paola D’Accardi – Alchimisti di parole

Abbiamo intervistato Paola D’Accardi, traduttrice di Leopardo nero, Lupo rosso di Marlon James, per conoscere meglio il primo romanzo della trilogia Dark Star.

Come definiresti Leopardo nero, Lupo rosso?

Leopardo nero, lupo rosso lo definirei un romanzo di cappa e spada, l’unico problema è che raramente i personaggi indossano qualcosa in più di un perizoma e più che una spada usano accette e coltelli. Scherzi a parte per me è soprattutto un romanzo d’avventura che ha la particolarità di essere ambientato in un contesto decisamente inedito, infatti si svolge in un’Africa medievale, fantastica che però non è estranea alla storia e alla realtà quotidiana di quel continente, è un pastiche fantasy che mescola gli elementi più disparati creando un mix molto originale, e anche molto pulp con violenza e sesso espliciti. Un libro per certi versi spregiudicato e adatto a stomaci forti.

Protagonista del romanzo è l’Inseguitore, un cacciatore dal fiuto infallibile, che, accompagnato da un gruppo di mercenari, cerca un bambino scomparso. Che personaggio è l’Inseguitore?

L’inseguitore, per come lo vedo io, è un adolescente mai cresciuto: infatti lo conosciamo all’inizio del libro come un ragazzino arrabbiato, impulsivo, rancoroso, e tale quale lo ritroviamo alla fine del libro, quando è ormai un uomo adulto. Questo suo non cambiare mai e essere artefice delle proprie sfortune lo rende una specie di Sisifo, condannato a ricominciare sempre daccapo senza mai arrivare a una meta. Però in queste sue continue scelte sbagliate, il suo agire sempre d’impulso è l’elemento che rende imprevedibili le sue infinite avventure; il suo essere vittima di se stesso lo porta irrimediabilmente ad amare l’altro protagonista del romanzo, che è Leopardo nero.
E lui sì che è veramente uno spirito libero: è altrettanto impulsivo e irrazionale, però è uno che non si pente mai di quello che fa.

C’è una frase, una riflessione che ti è rimasta particolarmente fissata nella memoria?

Mi è rimasta impressa non una frase ma una scena: quando l’Inseguitore, svegliandosi nello scafo di una nave, intravede nella penombra un bambino con al collo la tipica catena degli schiavi.
L’immagine mi ha colpito per due motivi: uno, perché mi ha ricordato il brano di Amatissima di Toni Morrison, in cui la protagonista è in un capanno di legno e la luce che filtra attraverso le fessure le fa rievocare gli uomini e le donne prigionieri negli scafi di legno delle navi negriere; e poi mi ha colpito perché, nel tripudio di invenzioni fantastiche che è il romanzo, questa scena riporta bruscamente alla realtà, una realtà del passato che però non ha assolutamente smesso di farsi sentire nel presente. E la nave ha fatto andare il mio pensiero ad altre imbarcazioni, che oggi non portano schiavi ma attraversano il mare con un carico altrettanto disperato.

Intervista a Paola D’Accardi – Alchimisti di parole

Il 29 ottobre esce in libreria il nuovo romanzo di Marlon James, diventato famoso in tutto il mondo con Breve storia di sette omicidi, vincitore del Man Booker Prize nel 2014. James, la cui sfrenata fantasia e la cui inventiva linguistica hanno già dato vita a libri maestosi e personalissimi, ha finalmente realizzato un progetto nato molti anni fa, quando ancora tentava di farsi strada nel mondo della letteratura da un’agenzia pubblicitaria di Kingston, nella natia Giamaica. Il progetto era un fantasy tutto africano e il risultato è Leopardo nero, Lupo rosso, primo volume di una trilogia alla quale l’autore ha dato il nome Dark Star.
Ad affrontare ancora una volta il linguaggio flamboyant di James è Paola D’Accardi, bravissima traduttrice, che certamente non soffre di vertigini e ha letto e trasportato in italiano il nostro scrittore.

Cominciamo con una domanda generale sul tuo lavoro, sul tuo metodo: come affronti il testo? Quali sono le fasi essenziali attraverso le quali procedi alla traduzione? E in particolare, come hai affrontato Leopardo nero, Lupo rosso, che è già il terzo libro di James su cui lavori?

Le fasi essenziali per me sono sempre le stesse: lettura del testo originale, traduzione e riletture del mio testo. A cambiare ogni volta è l’approccio mentale con cui cerco una strategia per trasmettere al lettore quella che Franca Cavagnoli chiama «la voce del testo», cioè ─ in massima sintesi ─ non solo quello che l’autore dice, ma come lo dice, che è il compito più arduo di chi traduce. Ogni libro quindi è un caso a sé: a volte non è difficile trovare la chiave per entrare in sintonia con la sua voce, come fosse un animale sconosciuto che si lascia subito accarezzare e mangia dalla tua mano. Altre volte, la voce è una bestia selvatica: elusiva, mimetica, ritrosa. Difficile da catturare. Altre volte ancora, è un cavallo selvaggio indecifrabile, ombroso, recalcitrante e la traduzione uno sforzo quasi muscolare, una doma paziente e costante che richiede forza e finezza. Leopardo nero, Lupo rosso appartiene a quest’ultima categoria per più di un motivo: la lingua non standard, l’ambientazione fantastica, la scrittura spesso oscura, la narrazione non cronologica, la trama labirintica… e mi fermo qui. Diciamo che i colpi di scena che sbalzano di sella il lettore non mancano.

Sicuramente, una delle caratteristiche più interessanti di Marlon James è la libertà del linguaggio, e in questo nuovo romanzo, l’autore si diverte a reinventare il fantasy mescolando storia, leggende, miti africani con fumetti (penso a Black Panther), politica, sesso e avventura. Hai fatto ricerche particolari durante la lettura? In particolare, ci sono degli elementi che ti hanno affascinato?

È vero, il romanzo mescola molti elementi diversi e le fonti d’ispirazione citate dall’Autore sono tante e disparate. A fare la parte del leone sono senz’altro i fumetti della Marvel, Avengers in testa, di cui James si dichiara avido lettore. Ma ovviamente ha attinto a piene mani anche dalla cultura popolare e dalla tradizione letteraria africana. Quindi ho letto alcuni testi da lui citati che ancora non conoscevo. Sundiata, nella trascrizione dalla tradizione orale, che narra l’epopea del leggendario eroe considerato il fondatore del Mali. The forest of a thousand demons, ─ scritto in lingua yoruba dal nigeriano D.O. Fagunwa nel 1938 e tradotto in inglese da Wole Soyinka nel 1968 ─ e il suo diretto «discendente», My life in the bush of ghosts, di Amos Tutuola (1954), che ha ispirato l’omonimo e bellissimo album di David Byrne e Brian Eno. Questi ultimi due testi narrano vicende fantastiche relative a spiriti e demoni, ma in una chiave scanzonata, lontana dalle atmosfere dark e orrorifiche di Leopardo nero, Lupo rosso. Un elemento di fascino incontrato nel romanzo sono i griot, cioè i poeti-cantori-musicisti detentori della tradizione orale di molti popoli africani. Trovare queste figure così tradizionali e i versi scritti per loro in un fantasy è una sorpresa che mi ha incantato.

Il fantasy è un genere canonico: si pensa a Tolkien in primis, ma ultimamente non può essere sfuggito a nessuno il grande successo del Trono di spade. E tra l’altro anche Leopardo nero, Lupo rosso diventerà una serie TV. Sei ricorsa ai classici o hai semplicemente seguito il corso della narrazione di James?

Non sono ricorsa ai classici del genere, ma forse «semplicemente» non è la parola più adatta a descrivere il lavoro necessario per seguire la narrazione e la scrittura di James. Come accennavo, la lingua che usa non è l’inglese standard e in più varia a seconda del personaggio, prendendosi delle libertà, soprattutto nella grammatica e nella concordanza dei tempi, che mettono a dura prova la pazienza e le risorse di chi traduce. Quindi il livello di sensibilità, intuizione, logica, deduzione, creatività e capacità di scrittura che, traducendo, si è costretti a mettere in gioco è molto alto. In effetti, però, una mano dai classici l’ho avuta, anche se non da quelli che si potrebbero immaginare. Ricordo le rielaborazioni scritte che facevo a scuola dei grandi poemi come l’Odissea, l’Iliade, l’Orlando furioso. Non sto facendo un paragone con quei classici, ovviamente, ma con quell’esercizio per entrare in una lingua, uno stile, una forma ostici, estranei, a volte astrusi, per appropriarmene. Traducendo Leopardo nero, Lupo rosso mi sono resa conto di quanto io debba ancora oggi a quella palestra, che può far sorridere tanto è precoce, quasi infantile, ma preziosa. Insomma, certe cose ti accompagnano per sempre e chi l’avrebbe detto, allora, come mi sarebbe tornato utile Ulisse… e quel fantasy intitolato Odissea.

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