Intervista a Marlon James

Nei giorni di Bookcity si è parlato molto anche di Afriche, con numerosi interventi di grandi scrittori. Il plurale, Afriche, è d’obbligo, visto che il continente ha in sé diverse nature e soprattutto che la diaspora africana ha dato origine a importanti comunità in tutto il mondo, dalle quali arrivano musica, teatro e soprattutto libri sempre più interessanti. E gli afroamericani sono tra gli artisti più vivaci, e Marlon James, che non è potuto venire a Milano per la rassegna, è sicuramente uno dei più originali. Allora ci siamo fatti raccontare da lui qualcosa di più sul suo Leopardo nero, lupo rosso, ambientato in un’altra Africa.

Leopardo nero, lupo rosso è una quest, la storia di un uomo in cerca di qualcosa (un bambino, la verità, la sua natura umana). A raccontare la storia è l’uomo stesso, che si presenta con un nome che non è il suo, proprio come nell’incipit di Moby Dick – Chiamatemi Ismaele. Volevi scrivere il romanzo epico africano?

In un certo senso concordo con il riferimento, perché ho letto Moby Dick e penso che ogni libro entri a far parte del tuo DNA. E sicuramente volevo scrivere un’opera che raccogliesse in sé le culture africane, le culture della diaspora africana. D’altro canto, quando ho iniziato a scrivere Leopardo nero, lupo rosso sapevo che sarebbe stato il primo volume di una trilogia con tre narratori diversi. Quello dell’Inseguitore, che racconta la storia in questo primo romanzo, è quindi solo uno dei punti di vista da cui il lettore conoscerà la storia. In questo modo, sarà proprio il lettore a decidere di chi fidarsi, a decidere qual è il narratore affidabile e quale invece no, proprio come lo deciderà l’Inquisitore, che li interroga. Nel secondo romanzo, a raccontare sarà la strega Sogolon, e la sua versione sarà molto differente da quella dell’Inseguitore.

I tuoi personaggi passano dalla forma animale a quella umana e viceversa: è un riferimento ai superpoteri di fumetti come Black Panther, ma anche alla natura mutevole degli esseri umani?

Per me la cosa più importante era descrivere la natura umana in modo non convenzionale, fluido, ed è proprio la fluidità della forma la caratteristica principale che ho voluto dare al romanzo stesso. Tutto cambia, niente è definito univocamente. La distinzione tra animale e umano, tra gender e identità sessuale sono superati: la natura umana è universale e onnicomprensiva. Nella mitologia e nel folklore africani ai quali mi sono ispirato, l’identità è amorfa e cambia adattandosi alle situazioni: non c’è separazione tra animale e umano, tra maschile femminile.

Sei mai stato in Africa?

Sì, sono stato in Nigeria diversi anni fa ed è stato interessante, ma per creare il mondo di Leopardo nero, lupo rosso – che è un fantasy, in ogni caso, non dimenticarlo – mi sono basato sulla ricerca e sulle mie radici giamaicane. La Giamaica è stato un paese coloniale e si porta dietro quindi un retaggio molto vasto, che ho voluto sgombrare dal punto di vista dei colonialisti e riportare all’origine africana. Volevo liberare la storia dai pregiudizi dovuti all’ignoranza e alle abitudini legate alle successive stratificazioni culturali. L’Africa del mio libro è quindi molto legata alle tradizioni del Centrafrica (la regione più devastata dalle razzie schiaviste), che fanno parte della mia eredità culturale. È un po’ come Il Signore degli anelli, per scrivere il quale Tolkien ha attinto ai miti inglesi e a quelli nordici.

Hai incontrato scrittori africani, per esempio i nigeriani Wole Soyinka e Ngugi wa Thiongo?

Sì, ma li ho incontrati da fan, da lettore accanito. È stato Salman Rushdie lo scrittore – poi diventato amico, che dio lo benedica – che mi ha ispirato nel mio lavoro. Soprattutto, mi ha aperto gli occhi sull’uso della lingua: gli scrittori africani si interrogano sull’uso dell’inglese, lingua imposta che ha offuscato quelle originarie, mentre Rushdie mi ha fatto capire che è uno strumento espressivo, con molte possibili varianti.

Ultima domanda: che cosa pensi dell’adattamento TV di Leopardo nero, lupo rosso?

Sai che Warner ha comprato i diritti della serie, e siccome il produttore sarà Michael B. Jordan, dico a tutti che Killmonger (il protagonista di Black Panther interpretato da Jordan, ndr) farà la serie basata su Dark Star (la trilogia di cui Leopardo nero, lupo rosso è il primo volume, ndr). Sono molto contento, perché sarà una storia ancora diversa destinata alla diaspora africana. E non mi preoccupa affatto come la interpreteranno, non sono il tipo di autore che vuole per forza dire la sua, anzi sono molto interessato alla loro interpretazione. Per il momento il progetto è ancora in fase iniziale, dovremo aspettare per vederlo sullo schermo.

Marlon è stato molto gentile e generoso al telefono, e le cose da chiedergli sarebbero state ancora davvero tante. Per il momento però è tutto, ci rileggiamo la prossima volta.

Intervista a Paola D’Accardi – Alchimisti di parole

Abbiamo intervistato Paola D’Accardi, traduttrice di Leopardo nero, Lupo rosso di Marlon James, per conoscere meglio il primo romanzo della trilogia Dark Star.

Come definiresti Leopardo nero, Lupo rosso?

Leopardo nero, lupo rosso lo definirei un romanzo di cappa e spada, l’unico problema è che raramente i personaggi indossano qualcosa in più di un perizoma e più che una spada usano accette e coltelli. Scherzi a parte per me è soprattutto un romanzo d’avventura che ha la particolarità di essere ambientato in un contesto decisamente inedito, infatti si svolge in un’Africa medievale, fantastica che però non è estranea alla storia e alla realtà quotidiana di quel continente, è un pastiche fantasy che mescola gli elementi più disparati creando un mix molto originale, e anche molto pulp con violenza e sesso espliciti. Un libro per certi versi spregiudicato e adatto a stomaci forti.

Protagonista del romanzo è l’Inseguitore, un cacciatore dal fiuto infallibile, che, accompagnato da un gruppo di mercenari, cerca un bambino scomparso. Che personaggio è l’Inseguitore?

L’inseguitore, per come lo vedo io, è un adolescente mai cresciuto: infatti lo conosciamo all’inizio del libro come un ragazzino arrabbiato, impulsivo, rancoroso, e tale quale lo ritroviamo alla fine del libro, quando è ormai un uomo adulto. Questo suo non cambiare mai e essere artefice delle proprie sfortune lo rende una specie di Sisifo, condannato a ricominciare sempre daccapo senza mai arrivare a una meta. Però in queste sue continue scelte sbagliate, il suo agire sempre d’impulso è l’elemento che rende imprevedibili le sue infinite avventure; il suo essere vittima di se stesso lo porta irrimediabilmente ad amare l’altro protagonista del romanzo, che è Leopardo nero.
E lui sì che è veramente uno spirito libero: è altrettanto impulsivo e irrazionale, però è uno che non si pente mai di quello che fa.

C’è una frase, una riflessione che ti è rimasta particolarmente fissata nella memoria?

Mi è rimasta impressa non una frase ma una scena: quando l’Inseguitore, svegliandosi nello scafo di una nave, intravede nella penombra un bambino con al collo la tipica catena degli schiavi.
L’immagine mi ha colpito per due motivi: uno, perché mi ha ricordato il brano di Amatissima di Toni Morrison, in cui la protagonista è in un capanno di legno e la luce che filtra attraverso le fessure le fa rievocare gli uomini e le donne prigionieri negli scafi di legno delle navi negriere; e poi mi ha colpito perché, nel tripudio di invenzioni fantastiche che è il romanzo, questa scena riporta bruscamente alla realtà, una realtà del passato che però non ha assolutamente smesso di farsi sentire nel presente. E la nave ha fatto andare il mio pensiero ad altre imbarcazioni, che oggi non portano schiavi ma attraversano il mare con un carico altrettanto disperato.

Intervista a Paola D’Accardi – Alchimisti di parole

Il 29 ottobre esce in libreria il nuovo romanzo di Marlon James, diventato famoso in tutto il mondo con Breve storia di sette omicidi, vincitore del Man Booker Prize nel 2014. James, la cui sfrenata fantasia e la cui inventiva linguistica hanno già dato vita a libri maestosi e personalissimi, ha finalmente realizzato un progetto nato molti anni fa, quando ancora tentava di farsi strada nel mondo della letteratura da un’agenzia pubblicitaria di Kingston, nella natia Giamaica. Il progetto era un fantasy tutto africano e il risultato è Leopardo nero, Lupo rosso, primo volume di una trilogia alla quale l’autore ha dato il nome Dark Star.
Ad affrontare ancora una volta il linguaggio flamboyant di James è Paola D’Accardi, bravissima traduttrice, che certamente non soffre di vertigini e ha letto e trasportato in italiano il nostro scrittore.

Cominciamo con una domanda generale sul tuo lavoro, sul tuo metodo: come affronti il testo? Quali sono le fasi essenziali attraverso le quali procedi alla traduzione? E in particolare, come hai affrontato Leopardo nero, Lupo rosso, che è già il terzo libro di James su cui lavori?

Le fasi essenziali per me sono sempre le stesse: lettura del testo originale, traduzione e riletture del mio testo. A cambiare ogni volta è l’approccio mentale con cui cerco una strategia per trasmettere al lettore quella che Franca Cavagnoli chiama «la voce del testo», cioè ─ in massima sintesi ─ non solo quello che l’autore dice, ma come lo dice, che è il compito più arduo di chi traduce. Ogni libro quindi è un caso a sé: a volte non è difficile trovare la chiave per entrare in sintonia con la sua voce, come fosse un animale sconosciuto che si lascia subito accarezzare e mangia dalla tua mano. Altre volte, la voce è una bestia selvatica: elusiva, mimetica, ritrosa. Difficile da catturare. Altre volte ancora, è un cavallo selvaggio indecifrabile, ombroso, recalcitrante e la traduzione uno sforzo quasi muscolare, una doma paziente e costante che richiede forza e finezza. Leopardo nero, Lupo rosso appartiene a quest’ultima categoria per più di un motivo: la lingua non standard, l’ambientazione fantastica, la scrittura spesso oscura, la narrazione non cronologica, la trama labirintica… e mi fermo qui. Diciamo che i colpi di scena che sbalzano di sella il lettore non mancano.

Sicuramente, una delle caratteristiche più interessanti di Marlon James è la libertà del linguaggio, e in questo nuovo romanzo, l’autore si diverte a reinventare il fantasy mescolando storia, leggende, miti africani con fumetti (penso a Black Panther), politica, sesso e avventura. Hai fatto ricerche particolari durante la lettura? In particolare, ci sono degli elementi che ti hanno affascinato?

È vero, il romanzo mescola molti elementi diversi e le fonti d’ispirazione citate dall’Autore sono tante e disparate. A fare la parte del leone sono senz’altro i fumetti della Marvel, Avengers in testa, di cui James si dichiara avido lettore. Ma ovviamente ha attinto a piene mani anche dalla cultura popolare e dalla tradizione letteraria africana. Quindi ho letto alcuni testi da lui citati che ancora non conoscevo. Sundiata, nella trascrizione dalla tradizione orale, che narra l’epopea del leggendario eroe considerato il fondatore del Mali. The forest of a thousand demons, ─ scritto in lingua yoruba dal nigeriano D.O. Fagunwa nel 1938 e tradotto in inglese da Wole Soyinka nel 1968 ─ e il suo diretto «discendente», My life in the bush of ghosts, di Amos Tutuola (1954), che ha ispirato l’omonimo e bellissimo album di David Byrne e Brian Eno. Questi ultimi due testi narrano vicende fantastiche relative a spiriti e demoni, ma in una chiave scanzonata, lontana dalle atmosfere dark e orrorifiche di Leopardo nero, Lupo rosso. Un elemento di fascino incontrato nel romanzo sono i griot, cioè i poeti-cantori-musicisti detentori della tradizione orale di molti popoli africani. Trovare queste figure così tradizionali e i versi scritti per loro in un fantasy è una sorpresa che mi ha incantato.

Il fantasy è un genere canonico: si pensa a Tolkien in primis, ma ultimamente non può essere sfuggito a nessuno il grande successo del Trono di spade. E tra l’altro anche Leopardo nero, Lupo rosso diventerà una serie TV. Sei ricorsa ai classici o hai semplicemente seguito il corso della narrazione di James?

Non sono ricorsa ai classici del genere, ma forse «semplicemente» non è la parola più adatta a descrivere il lavoro necessario per seguire la narrazione e la scrittura di James. Come accennavo, la lingua che usa non è l’inglese standard e in più varia a seconda del personaggio, prendendosi delle libertà, soprattutto nella grammatica e nella concordanza dei tempi, che mettono a dura prova la pazienza e le risorse di chi traduce. Quindi il livello di sensibilità, intuizione, logica, deduzione, creatività e capacità di scrittura che, traducendo, si è costretti a mettere in gioco è molto alto. In effetti, però, una mano dai classici l’ho avuta, anche se non da quelli che si potrebbero immaginare. Ricordo le rielaborazioni scritte che facevo a scuola dei grandi poemi come l’Odissea, l’Iliade, l’Orlando furioso. Non sto facendo un paragone con quei classici, ovviamente, ma con quell’esercizio per entrare in una lingua, uno stile, una forma ostici, estranei, a volte astrusi, per appropriarmene. Traducendo Leopardo nero, Lupo rosso mi sono resa conto di quanto io debba ancora oggi a quella palestra, che può far sorridere tanto è precoce, quasi infantile, ma preziosa. Insomma, certe cose ti accompagnano per sempre e chi l’avrebbe detto, allora, come mi sarebbe tornato utile Ulisse… e quel fantasy intitolato Odissea.

2017: ecco il libri che verranno

Il 2017 di Frassinelli inizia subito, e inizia con un romanzo attesissimo: il 10 gennaio infatti pubblicheremo “IL NIDO“, di CYNTHIA D’APRIX SWEENEY la storia dolceamara dei fratelli Plumb: la famiglia follemente egocentrica che ha fatto innamorare New York. A lungo in testa a tutte le classifiche USA, e venduto in quasi tutto il mondo, “Il Nido” è stato premiato come il miglior romanzo d’esordio del 2016. Trascinante, commovente, divertente e dissacrante, IL NIDO è un concentrato di personaggi unici, un ironico bilancio generazionale e, in conclusione, una nuova conferma della massima di Tolstoj: «tutte le famiglie felici si assomigliano. Ma ogni famiglia infelice, è infelice a modo suo».

Sempre a gennaio, il 24, sarà la volta de “I CALABRONIi. ROMANZO DI UNA MULTINAZIONALE”, di MARCO WEISS. Una grande epica contemporanea, costellata di personaggi memorabili (segnatevi questo nome: Ivan Puntatore, detto “Il Punta”: un personaggio che, nonostante tutti i suoi sforzi, non riuscirete a detestare come meriterebbe); “I Calabroni” è un romanzo scritto con stile graffiante e originale, che appassiona, diverte, e – particolare non secondario – ci aiuta a capire chi, come e quando ha posto le basi del mutamento economico che ha cambiato per sempre il nostro modo di vivere.

Febbraio inizia con un attesissimo ritorno: il 7 febbraio pubblicheremo “IL COMMISSARIO SONERI E LA LEGGE DEL CORANO” di VALERIO VARESI: un noir come sempre serrato e coinvolgente, che vedrà il commissario Soneri addentrarsi in una Parma che non riesce più a riconoscere, quella delle periferie, dove le tensioni sociali legate all’immigrazione si fanno sempre più esasperate. Ancora una volta Valerio Varesi utilizza sapientemente il genere poliziesco per illuminare i luoghi più scuri e inquietanti della nostra società, e per svelarne le contraddizioni.

Sempre febbraio sarà il mese del primo esordiente italiano dell’anno, CHRISTIAN PASTORE, che si autodefinisce “difficilmente classificabile”, affermazione che possiamo confermare in pieno. E difficilmente classificabile è anche il suo romanzo, “SENZA AMARE ANDARE SUL MARE” (suggeriamo ai più curiosi di indagare sul titolo…). Quaranta persone si trovano, senza sapere perché, a bordo di una misteriosa nave da crociera, la Tituba, che viaggia apparentemente senza meta in un mare sconfinato sempre uguale a se stesso. Sconnessi dal resto del mondo, i protagonisti hanno come unico dovere quello di tenere un diario. E dai diari emergeranno una moltitudine di storie, e di legami, che danno vita a una straordinaria commedia umana (o tragedia, in certi casi).

Marzo sarà invece il mese di due grandi firme internazionali.

YANN MARTEL, autore di quel “classico moderno” che è “Vita di Pi”, torna ad occuparsi del rapporto filosofico, sentimentale e psicologico tra uomo e animale con “LO SGUARDO DI ODO” (7 marzo). Un grande romanzo, realistico e allegorico al tempo stesso, e un romanzo che ci dice molto di noi, perché, come afferma lo stesso Martel, “quando guardiamo gli animali non stiamo guardando solo degli esseri viventi, ma guardiamo nel cuore dei mistero dell’esistenza”.

Poetessa, rapper, adesso romanziera. KATE TEMPEST (31 anni), “è un’osservatrice imperdibile dei disastri psicologici ed emotivi del nostro frenetico tempo che strappa il cuore e i desideri ai più giovani e li spinge a correre, correre, correre”. Queste sono parole di SIMONA VINCI, che ringrazieremo sempre per aver tradotto per noi “The Bricks That Built The Houses”, il romanzo d’esordio di questa eccezionale artista: la storia appassionante e toccante di tre ragazzi del Sud-Est di Londra (o forse è proprio la storia del Sud-Est di Londra, dove peraltro Kate Tempest è nata e vive), che pubblicheremo il 21 marzo, per iniziare la primavera nel modo migliore.

E la primavera di Frassinelli proseguirà all’insegna degli autori italiani:

“Fatevi un regalo. Leggete questo romanzo. Vaccari è uno scrittore coraggioso”. Non ve lo diciamo noi, lo dice ANTONIO MANZINI, e il romanzo di cui parla è “IL TUO NEMICO”, di MICHELE VACCARI (uscita 4 aprile). La storia di Gregorio, un ragazzo piegato dalla crisi, un neet, che sceglie la strada dell’isolamento come estremo gesto di ribellione. Quello che però non sa, è che questa scelta si rivelerà assolutamente organica e funzionale al sistema che crede di combattere. Un romanzo attualissimo, che ci racconta una generazione che stiamo perdendo, scritto con uno stile originale e acuminato ai limiti della crudeltà. Il romanzo è piaciuto molto anche a IGORT, che ha realizzato l’illustrazione della copertina.

MORIRE IL 25 APRILE” è invece il romanzo d’esordio di FEDERICO BERTONI, già autore di un brillante saggio sul mondo dell’università: un romanzo che – ripercorrendo le azioni, e le contraddizioni, di Giuliano Romanini, comandante partigiano durante la Resistenza – racconta non solo la guerra partigiana (e la racconta senza retorica, senza sconti, senza infingimenti), ma anche l’Italia del dopoguerra, alla luce delle illusioni e delle speranze di quei mesi esaltanti e tragici. Uscirà il 18 aprile.

“La strada degli americani è un romanzo forte, dal ritmo incalzante. I personaggi sono disegnati talmente bene che vi sembrerà di sentirli parlare. Un esordio straordinario. Vi lascerà senza fiato.” (MAURIZIO DE GIOVANNI)
“Un romanzo implacabile e intenso. Personaggi forti, che senti nella carne e nelle ossa. Così vivi che ti viene voglia di interpretarli.” (MARCO D’AMORE)
Come presentazione de “LA STRADA DEGLI AMERICANI” (2 maggio), il romanzo d’esordio del giovane regista napoletano Giuseppe Miale Di Mauro, le parole di Maurizio De Giovanni e Marco D’Amore ci sembrano sufficienti. La Napoli di Gomorra, della criminalità, dei quartieri desolati, ma anche una Napoli dove il riscatto è ancora possibile.

GAIA SERVADIO è un’esploratrice che si nutre di interessi sconfinati” (La Repubblica). Non possiamo che essere d’accordo, e siamo felici che gli interessi di questa grande intellettuale e scrittrice italiana, da anni residente a Londra, abbiano deciso di toccare la storia di “DIDONE REGINA“, titolo del romanzo che pubblicheremo il 16 maggio. Gaia Servadio sa raccontare come nessun altro le donne: e ha deciso di raccontare la donna che, prima nella storia, dovette affrontare il rapporto con il potere. Il potere non è per tutti, è un peso che si deve saper sostenere: la vita di Didone, destinata a essere fondatrice di Cartagine, è un percorso che si articola tra rinunce, tradimenti, sacrifici e amori impossibili.

“Un libro che arde di magia e perdita, di esilio e ritorno, bellezza e angoscia:’TADUNO’S SONG‘ è un’epica colossale, cammuffata sotto le forme di un romanzo breve.” Sono parole di MARLON JAMES, uno che di solito non è particolarmente prodigo di complimenti. Ma il romanzo del nigeriano ODAFE ATOGUN i complimenti li merita davvero. Pubblicato in UK da Canongate nel 2016 (in Italia uscirà il 30 maggio) racconta la favola di musica e ribellione di Taduno, che combatte con le sue canzoni la dittatura che sta uccidendo il suo paese. E chi sentisse, in questa trama, un’eco della vicenda di Fela Kuti, sentirebbe bene…

Questa la prima parte del 2017 di Frassinelli. Noi siamo molto soddisfatti, e speriamo anche voi. Per il resto dell’anno, pazientate un po’.

Breve storia di sette omicidi (Nota sulla traduzione)

In molti, tra coloro che hanno letto Breve storia di sette omicidi in lingua originale, hanno sottolineato come la traduzione presentasse molte difficoltà. Avevano ragione, ma la nostra traduttrice Paola D’Accardi ha fatto davvero un lavoro eccezionale, motivo per cui le abbiamo chiesto di scrivere una “Nota sulla traduzione”. La troverete alla fine del libro, e ve la anticipiamo qui.

Nota sulla traduzione di A Brief History Of Seven Killings

di Paola D’Accardi

Da bambina ero affascinata dai funamboli e avrei voluto essere una di loro e, tardivamente e in senso lato, il destino mi ha accontentata, perché in effetti tradurre A brief history of seven killings di Marlon James è stata un’impresa funambolica, perennemente alla ricerca dell’equilibrio fra le tante voci che di questa narrazione sono l’anima e la guida.

Un romanzo, dunque, che come dice l’Autore stesso è «portato avanti dalla sola voce». Il racconto delle vicende individuali e collettive di un paese attraverso il flusso di coscienza e i dialoghi dei suoi personaggi è già una bella sfida per il traduttore, ma la cosa si complica ancora di più quando tutto questo «parlato» è oggetto di continui commenti e riflessioni da parte dei parlanti stessi, tanto da diventare quasi un personaggio a sua volta. Un personaggio composto dai gerghi più svariati, dai tormentoni televisivi, dagli slogan pubblicitari, dalle battute di popolarissimi cartoni animati e film che hanno fatto epoca (il tutto rigorosamente vintage), ma soprattutto dal creolo giamaicano. Nato in epoca colonialista, dall’incontro fra l’inglese e le lingue africane degli schiavi sfruttati nelle piantagioni dell’isola, si è evoluto nel corso del tempo, ma sempre in forma esclusivamente orale. Forse per questo, per la sua mancanza di una tradizione scritta, l’Autore fa dire a un suo personaggio che il giamaicano «non è una lingua»; ma pur rinunciando a definirlo, resta il fatto che il creolo non è l’inglese standard e come tale non sempre è immediatamente comprensibile, anche agli anglofoni.

Innanzi tutto, sebbene dal libro com’è ovvio non emerga, va tenuto presente che il giamaicano ha un forte accento che, per quanto molto musicale, può rendere incomprensibile anche una semplice frase (e per farsene un’idea basta guardare il film The harder they come o i filmati di certi discorsi dal palco di Peter Tosh che si trovano in rete).

Per citare invece i due aspetti più eclatanti della sua grammatica e della sua sintassi, basti dire che i sostantivi non hanno il plurale e la coniugazione dei verbi non differenzia il tempo passato da quello presente, due cose che impongono al traduttore di sviluppare capacità intuitive e deduttive degne di Sherlock Holmes (e qui non tutto è elementare, Watson) soprattutto quando i personaggi ricostruiscono o ricordato il passato creando quelle che, scherzando fra me e me, chiamavo le «matrioske temporali in ordine sparso»: non solo in queste infilate di eventi in sequenza non cronologica era difficile individuare cosa venisse prima e cosa venisse dopo, ma addirittura quale fosse il presente!

Nel romanzo, come dicevo, il creolo è una presenza ineludibile, perché i personaggi lo parlano e ne parlano continuamente, lo definiscono «parlare male», ma anche questo «parlare male» ha gradazioni diverse a seconda del soggetto; e gli uomini e i ragazzi del ghetto usano qui e là parole forbite colte alla radio o alla tv o sentite in chiesa (tutti conoscono la Bibbia) o imparate a scuola in un tempo che sembra lontanissimo.

Il paragone più immediato è quello con il nostro dialetto: c’è chi lo parla stretto, chi lo mescola o lo alterna con l’italiano, chi lo usa solo in determinate circostanze… Lo stesso è per il creolo rispetto all’inglese. E se ho modulato sui personaggi una parlata «sporca», bassa, claustrofobica, non è per ridicolizzare o sminuire questa lingua, ma per restare fedele al sapore originale della sua crudezza scabrosa in pensieri, dialoghi, descrizioni.

Un discorso a parte, poi, è il giamaicano dei rasta che modificano addirittura le parole di uso comune per eliminarne gli elementi di negatività e indicano l’individuo con I and I (letteralmente «io e io») dove I sta non solo per «io», ma anche per «primo» in riferimento a Hailé Selassié I che i rastafariani considerano l’incarnazione del divino, Jah, così che la persona diventa il risultato dell’unione dell’individuo con la divinità.

Insomma, un romanzo che è una babele di lingue, linguaggi, gerghi ed è inestricabilmente legato alla musica e alla cronaca dell’epoca, il che ha richiesto un notevole sforzo di documentazione non solo da parte dell’Autore, ma anche mia. Motivo per cui ringrazio, anche se inutilmente perché non leggeranno mai queste righe, tutti coloro, giamaicani e non, che hanno riversato in internet filmati e documenti d’epoca, i propri ricordi d’infanzia, la spiegazione di proverbi e modi di dire giamaicani, ricette di cucina, pagine di giornale, canzoni, fotografie e ancora fotografie, glossari di slang americano degli anni ’70, citazioni e frasi celebri del Cantante, il video di come si carica un M16, la spiegazione dettagliata di come si basa la coca, i contenuti di Wikipedia, l’elenco esaustivo dei sinonimi per alcune parti molto intime del corpo, la Bibbia di re Giacomo… insomma una marea di materiale di ogni genere e sorta senza il quale la traduzione di questo libro sarebbe stata ancora più ardua se non impossibile, soprattutto in quei punti, assai numerosi, in cui l’Autore ha fatto scivolare silenziosi e inavvertibili come marines in mimetica citazioni e riferimenti a tutto campo, dalla musica, alla tv a – Basta, altrimenti ricomincio con un altro elenco.

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