Philippa Gregory – La sesta moglie

 

Costretta a sposare un assassino. Intrappolata in un gioco pericoloso. L’incredibile storia della sesta e ultima moglie di Enrico VIII. Raccontata da Philippa Gregory.

Il 28 giugno del 1491, secondo i nostri calcoli 527 anni fa, nasceva a Greenwich il futuro Enrico VIII.

Nei (quasi) cinquantasei anni della sua vita, Enrico rivoluzionò l’Inghilterra, istituì una Chiesa autonoma, soffocò nel sangue complotti, combatté battaglie dalle quali uscì vincitore, in un modo o nell’altro. E si sposò sei volte.

L’inizio del suo regno, nel 1509, quando aveva solo diciotto anni, coincise anche con il suo primo matrimonio. Il primo di una lunga e sfortunata serie, che Philippa Gregory ha raccontato in quattro dei romanzi della saga dei Tudor, la famiglia dalla quale discende Harry, va ricordato, il cui matrimonio con la bella attrice americana Meghan Markle, a proposito, ha fatto parlare tanto quest’anno.

Tornando a noi, Philippa Gregory ha parlato di Caterina d’Aragona, in Caterina, la prima moglie, e sappiamo come è andata a finire: con un divorzio decisamente sui generis. Poi è arrivata Anna Bolena, protagonista de L’altra donna del re, alla quale è andata anche peggio, visto che il marito l’ha mandata al patibolo facendola decapitare. Poi è arrivata Jane Seymour, che invece è morta subito dopo aver dato alla luce l’unico figlio maschio di Enrico, cosa che l’ha resa la preferita del re – ma anche la meno interessante delle regine. Tanto è vero che la Gregory non le ha dedicato un libro. Ha invece incluso le due mogli successive, Anna di Clèves e Caterina Howard in L’eredità della regina. Sei mesi di matrimonio ciascuna, e la povera Caterina accusata di adulterio e decapitata. Non aveva neanche vent’anni.

Arriviamo così a La sesta moglie, Caterina (un’altra!) Parr, protagonista indiscussa e molto molto affascinante dell’ultimo romanzo di Philippa Gregory, in libreria dal 3 luglio. Vi diciamo soltanto che questa Caterina ha trent’anni, ha già avuto due mariti, imposti dalla famiglia, e ha una relazione molto appagante con l’uomo del quale è innamorata. Finché un giorno, a corte, l’enorme mole del re incombe su di lei con una proposta che ovviamente non può rifiutare. È il 1543, e l’inizio di un nuovo, matrimonio con Enrico VIII. Pericoloso e pieno di insidie.

Nel 2016 due romanzi di Philippa Gregory

Nel 2016 pubblicheremo la serie di Philippa Gregory dedicata a John Tradescant.

La storia di Tradescant è affascinante, avventurosa e piena di passione. Ambientata tra l’Inghilterra di inizio Seicento (subito dopo la morte di Elisabetta I, un periodo turbolento e rivoluzionario) e l’America delle colonie vergini, si svolge tra matrimoni di corte e amori selvaggi.

La figura di Tradescant è davvero emblematica e moderna, tutta da scoprire, insieme al fascino della natura che avvolge la sua vita.

“Addio, Lady di ferro” Antonio Caprarica

Quando la invitarono, nel 2007, all’inaugurazione della statua di bronzo decretatale dal Parlamento nel palazzo di Westminster non trattenne la battuta: «L’avrei preferita di ferro, ma anche bronzo va bene. Non arrugginisce».

Quando le appiopparono il nomignolo di Lady di Ferro, i nemici sovietici non immaginavano di averle fatto un regalo, dando un’identità precisa a un carattere inflessibile, che lei fece di tutto per trasformare in mito. «The lady is not for turning», la signora non torna indietro, proclamò orgogliosa di fronte a un congresso conservatore spaventato dalla sfida delle sue riforme liberiste.

Era del resto un’outsider, che vinse a sorpresa, nel 1975, la gara con Edward Heath per la guida dei conservatori. L’establishment del suo stesso partito non glielo perdonò mai, anche se «la figlia del droghiere», come la chiamavano, sprezzanti, per le sue modeste origini sociali, vinse tre volte di seguito le elezioni, prima, e finora unica, donna a guidare il governo britannico, dal 1979 al 1990.

Di più, Margaret Thatcher resta anche l’unico premier di Sua Maestà ad aver dato nome a un’epoca e a una tendenza politica: il thatcherismo definisce quel misto di privatizzazioni, liberalizzazioni, deregulation e orgoglio patriottico che per l’Inghilterra in ginocchio degli anni Settanta si rivelò medicina amarissima ma salutare, tanto che le sue riforme radicali furono lasciate intatte anche dai successori laburisti.

L’opinione pubblica di sinistra non le ha mai condonato la guerra contro i minatori, che difendevano, assieme al lavoro, anche pozzi improduttivi, e gli argentini non le hanno mai perdonato l’umiliazione militare patita alle Falklands, quando la condottiera Thatcher reagì all’invasione delle isolette con un conflitto combattuto e vinto a 14 mila chilometri da Londra.

Nel dicembre del 1990 lasciò Downing Street tra le lacrime, cacciata da una congiura di partito. Nella residenza tradizionale dei premier rimise piede come ospite dei suoi successori, dal laburista Blair a David Cameron, che ha riportato i conservatori al potere vent’anni dopo di lei. Vecchia e malata, era ormai la Baronessa Kesteven, un monumento vivente, e sedeva nella Camera dei Lord. Ma nella storia britannica entra la figlia del droghiere, che all’Inghilterra di fine Novecento restituì fiducia nel futuro, e anzitutto in se stessa. 

Antonio Caprarica [scritto in occasione della scomparsa di Margaret Thatcher avvenuta l’8 aprile 2013]

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