Daniel Speck: Scrivo di famiglie per raccontare il mondo

«Scrivo di famiglie per raccontare il mondo.»*

Sin dagli esordi della sua brillante carriera di sceneggiatore, Daniel Speck ha posto la famiglia al centro del suo universo creativo. Nelle sue storie, il nucleo famigliare è un microcosmo che rispecchia emozioni e tensioni del mondo che ci circonda, un punto di osservazione privilegiato per raccontare i tempi che stiamo vivendo e i mutamenti della società. Fino ad abbracciare le epoche che ci precedono, attraverso un’alternanza avvincente di piani temporali e salti generazionali.
Così è stato anche nel suo primo romanzo, Volevamo andare lontano, che raccontava l’avvincente saga di una famiglia italiana in cerca di fortuna in Germania: nella storia dei Marconi, abbiamo riscoperto un pezzo della nostra Storia nazionale, il recente passato di emigrazione in cui eravamo noi a vestire i panni di coloro che oggi bussano alla nostra porta carichi solo di sogni e speranze.
Dopo il grande successo di Volevamo andare lontano – in Germania è stato l’esordio più venduto nell’anno di pubblicazione e ne è stata subito tratta una serie tv, a breve in onda anche su Rai1 – Daniel Speck è tornato a scalare le classifiche tedesche con un nuovo romanzo: Piccola Sicilia, che in questi giorni arriva anche nelle librerie italiane.
Cuore della storia è l’epopea dei Sarfati, «al contempo italiani, tunisini ed ebrei»: una famiglia che ha nel dna il cosmopolitismo del quartiere in cui abita, quella “Piccola Sicilia” che dà il titolo al romanzo: la Little Italy di Tunisi, dove – fino allo scoppio della Seconda guerra mondiale – cristiani, ebrei e musulmani convivevano pacificamente. Mentre i semi dell’odio portati dal conflitto attecchiscono anche in quell’oasi di tolleranza – in pagine poeticamente drammatiche che sembrano un monito per il nostro presente – la famiglia Sarfati è in balia di quella bufera in cui storie e destini, ferocia e umanità si intrecciano in maniera inestricabile. Scossi da quella tempesta, i protagonisti di Piccola Sicilia sono anime in cerca di un’identità in cui riconoscersi nuovamente, di una patria cui appartenere, di una verità che possa colmare la mancanza. Verità che passa inevitabilmente dai segreti della famiglia: epicentro da cui tutto parte e a cui tutto torna, da cui desideriamo fuggire e al contempo ritornare. Perché ognuno di noi ha bisogno di un luogo da chiamare casa.

*Daniel Speck in una intervista a Die Zeit.

Il talento delle donne

In un bel discorso fatto ai laureandi del Kenyon College nel 2005, lo scrittore David Foster Wallace racconta: “Ci sono due giovani pesci che nuotano e a un certo punto incontrano un pesce più anziano che va nella direzione opposta, fa un cenno di saluto e dice: – Salve ragazzi, com’è l’acqua? – I due pesci nuotano un altro po’, poi uno guarda l’altro e fa: Che cavolo è l’acqua?”.

L’aneddoto si presta a molte interpretazioni. Prima di tutto, ci fa notare che non conosciamo la realtà che ci circonda e che le cose ovvie e onnipresenti possono risultare invisibili. Come gli ostacoli di genere (grandi o piccoli che siano) che le donne incontrano nel mondo del lavoro e che anche le più giovani fanno fatica a vedere.

Mi capita spesso di parlare con donne all’esordio della vita professionale e di sentirmi dire che i problemi di genere sono retaggi del passato, che loro potranno fare tutto, nel mondo del lavoro e nella vita privata, esattamente come gli uomini; basta solo volerlo.

Da un lato, questa sicurezza e questo ottimismo mi piacciono. Le donne della mia generazione, all’apparenza più battagliere, erano però più rassegnate. Da un’angolatura diversa invece, questo non vedere l’acqua mi preoccupa. Mi occupo di questioni di genere e so che le difficoltà ci sono ancora e che le credenze autolimitanti mietono vittime nel nostro genere più che in quello opposto.
Ci sono due reazioni possibili quando le giovani negano che ci siano ostacoli di genere: brindare, con ottimismo un po’ incosciente, alla parità finalmente raggiunta, oppure fare la guastafeste.

Credo sia sbagliato drammatizzare la situazione che in fondo è in miglioramento, anche se lento, però penso che sia ancora più pericoloso il negazionismo. Proprio perché questa generazione di giovani donne sicure, determinate e orgogliose mi piace molto e perché gli ostacoli di genere, se conosciuti, sono superabili, ho scritto un manuale che vuole aiutarle a non cadere nelle trappole in cui sono caduta io (e molte altre), tanti anni fa.

Queste insidie sono come l’acqua per i pesciolini dell’aneddoto. Ho intitolato il mio libro Il talento delle donne perché ritengo che avere successo nella vita professionale richieda alle donne, ancora oggi, un talento in più: quello di riconoscere le barriere di genere per riuscire a superarle con abilità e leggerezza.

Fortunatamente, è un talento che si può apprendere.

Odile Robotti

Become a fan